La solitudine e le varie patologie da noi create per Fido (prima parte)

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VITERBO – Quasi la totalità dei possessori di cani in tutta Italia si trova a fare i conti con la propria coscienza quando si tratta di lasciare il loro migliore amico a casa da solo per un lungo periodo di tempo nell’arco della giornata.

 

A questo punto, per sedare i rimorsi, entrano in gioco diversi fattori: la disponibilità economica per assumere un personal pet-sitter, il livello d’amore che li porta a trascorrere con loro la misera ora di pausa pranzo al parco o il coraggio e la possibilità di portarli al seguito sul posto di lavoro.

 

In passato, gli sforzi per mantenere un cane occupato durante il giorno erano intrapresi esclusivamente in risposta ad un comportamento distruttivo dell’animale annoiato e ansioso o alle lamentele dei vicini circa il suo abbaiare incessante.

 

Oggi, grazie anche alla sopra accennata disponibilità economica e ad un maturato amore, abbiamo più modi per creare una funzione sociale più ricca per i nostri cani. Da tener presente inoltre che le nostre paure, apprensioni o preoccupazioni si rivelano il più delle volte esageratamente infondate, data la nostra eccessiva e sempre più crescente sensibilità al loro bisogno di compagnia e di stimolo.

 

Secondo uno studio recentemente effettuato, il 75 per cento dei proprietari di animali intervistati, dichiara di sentirsi in colpa nel lasciarli a casa da soli mentre va al lavoro, tra questi, il 38 per cento ammette addirittura di chiamare a casa per parlare con loro in modalità risposta automatica. Tutto ciò rappresenta che il Canis lupus familiaris, ha raggiunto in un lasso relativamente breve di tempo, uno status molto più elevato nella società italiana. Il cane che dormiva nella stalla ora dorme nel nostro letto. I cani di oggi hanno feste di compleanno, trattamenti di bellezza, prodotti dietetici e servizi termali, diventano altresì una fonte primaria di compagnia, soprattutto per i milioni di single e sono a tutti gli effetti un membro primario della famiglia.

 

Il motivo di tanta apprensione non va ricercato nel mondo animale, ma molto probabilmente in quello umano; tendiamo sempre più a vedere il cane come membro della famiglia, in quanto egli gioisce a sua insaputa dei mali di questa generazione e diventa oggetto di riscatto o vendetta di chi , magari, è stato lasciato a casa da solo durante la sua gioventù o per espiare pesanti sensi di colpa di chi ha delegato la crescita dei propri figli ad altri. Tali pathos possono facilmente spiegare il motivo per cui molti proprietari fanno prevalere ciò che loro stessi vorrebbero ottenere dal proprio animale piuttosto che considerare come primario, quello di cui loro hanno realmente bisogno

 

La Drott.ssa Stephanie LaFarge, psicologo e direttore del dipartimento di Counseling del ASPCA, sostiene che gli esseri umani sono diventati troppo empatici nei confronti dei cani e questo, a suo dire, porterà presto ad una variazione genetica devastante nel fisico dei nostri animali. Loro sono stati creati per affrontare una vita all’aria aperta, stimolando il loro sistema nervoso-operativo con la caccia e la necessità di trovare da soli luoghi e ricoveri protetti, dove partorire, vivere le proprie solitudini, alimentarsi e morire.

 

Anche quando i cani non manifestano alcun disagio o sofferenza, solitamente, tendiamo forzatamente ad immaginare che l’animale sia triste. Ancora una volta si cade quindi vittime di una metrica molto soggettiva per valutare le reali esigenze degli animali.

 

Ma purtroppo ciò che noi crediamo essere solo un benevolo eccesso di affetto, non fa altro che creare ed alimentare una lunga serie di patologie in essi, l’eccessiva socializzazione con un cane durante i suoi primi anni, l’asfissiante rapporto che si viene spesso a creare, privano il cucciolo delle naturali esperienze sociali e lo costringono ad ignorare quelle che sono le sue naturali propensioni e i suoi istinti di conservazione, danneggiando così irreversibilmente la sua innata stabilità sociale ed addirittura i rapporti con i suoi stessi simili.

 

Molti dei sintomi patologici da separazione, crisi di isteria, latrati e comportamento dannoso su suppellettili o spesso anche autolesivo, non sono altro che problematiche non presenti atavicamente nella sfera dei comportamenti naturali dei cani, ma meramente da imputare alle nostre troppe attenzioni nei loro confronti che stravolgono, come detto, il normale svolgimento della loro vita.

 

Si stima che circa il 45 per cento dei quasi 20 milioni di cani italiani sia affetto da ansia da separazione a causa di proprietari troppo ingerenti, ma che hanno comunque bisogno di uscire e guadagnarsi da vivere. Questa patologia, troppo spesso da noi generata, diventa poi talvolta una pericolosa arma a doppio taglio, da un lato creata da una eccessiva preoccupazione nei loro confronti, dall’altro diviene una delle principali motivazioni di ricovero postumo in canile per il successivo comportamento anomalo dell’animale.

 

Leonardo De Angeli

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