Le antiche mura di Volsini

0

 

BOLSENA – Visitando Bolsena è facile aver visto per la strada che porta al castello, parte delle antiche mura etrusche della città romana di Volsini, e aver notato quei simboli incisi in molti dei tufi che lo compongono, segni di distinzione di antiche cave. Almeno, così si pensava.

 

Io ne conosco molti altri ma ciò che più mi ha da sempre affascinato sono quelli all’entrata della città, la cosiddetta porta Capite, tra l’altro scoperta a fine ottocento da Cozza Luzi, illustre archeologo bolsenese che pensò bene di smontarne una parte, sottraendo circa 450 tufi per recintare il giardino di casa.

 

La sfortuna continuerà a perseguitare l’antica porta e nel 1912, tanto che fu smontato l’intero muro destro. Nel 1960 si è poi scoperta un’intera parte della strada di entrata che venne fortunatamente venne fotografata prima di essere di nuovo sepolta.

 

Curiosa è anche una grandiosa porta etrusca che non interessava a nessuno ma quello che mi ha colpito sono i segni sulla colonna in nenfro lasciata indenne da ambedue le spoliazioni e scoperta quasi per intero dall’alluvione del 1960, la foto di allora, pubblicata su di uno studio del soprintendente Pellegrini, rende l’idea di quale maestosità si troverebbe davanti il visitatore se un giorno venisse scavata e mostrata alla gente.

 

Perché molti di quei segni inquietanti non esistono nell’alfabeto etrusco?

 

Come mai questi simboli? Chi li aveva scolpiti, se il muro datato al I secolo a.C. doveva essere stato

 

costruito da cittadini della Volsinia romana da almeno due generazioni?

 

Ho la risposta, leggendo i testi di Angelo di Mario, un genio della lingua etrusca e con i consigli della studiosa di simboli Costanza Bondi (http://www.macrolibrarsi.it/libri/__archetipi-alfabetici-libro.php ) penso di essere riuscito a comprendere il significato dei segni che un visitatore si sarebbe trovato avanti entrando in città.

 

Sono simboli arcaici, usati solo da sacerdoti quindi il loro significato era religioso.

 

Seguendo gli studi del filologo Di Mario, ne ho trovati alcuni e in particolare quello che sembra una A capovolta, nel santuario di Apollo Pythion a Gortyna (Creta) ed ho potuto comprendere cosa fosse in realtà.

 

L’evoluzione della prima lettera Alef (il bue) dell’alfabeto fenicio databile VII / V secolo a.C., unita alle due V, vi lasceranno a bocca aperta: sono i numeri 7 e 8 in persiano, usati nella Cabala per distinguere il maschio dalla femmina.

 

Scolpiti come lo sono sulla colonna di Bolsena significano:

 

Qui abita la dea dell’aria e il dio del sole, gli dei della luce, i Veltha. Alef o Aleph è la testa di bue adattata alla A minuscola che ancora usiamo, ma il suo significato arcano è l’unità di due divinità Nortia rappresentata dalle corna (la falce lunare) e il bue (il sole). Rappresentati uniti, non sono che l’alternanza del giorno e della notte, il movimento rotatorio della svastica.

Commenta con il tuo account Facebook
Share.

Comments are closed.