Grano, i produttori viterbesi presidiano il ministero

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ROMA – “Con cinque chili del mio grano non ci pago nemmeno un caffè o una bottiglietta di acqua minerale al bar”.

È lo sfogo di uno dei tanti agricoltori viterbesi, soci della Coldiretti, che hanno manifestato a Roma a difesa del grano duro italiano il cui prezzo, a luglio, cioè in periodo di piena trebbiatura, è crollato del 42% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il presidio è stato organizzato in concomitanza col tavolo di filiera convocato da Maurizio Martina, ministro delle politiche agricole. Sui banchetti allestiti in via Venti Settembre, anche una bilancia con 15 chili di grano e 1 di pane, il rapporto tra quanto serve del primo per comprare un chilo del secondo. Oggi il grano duro per fare la pasta viene pagato 18 centesimi al chilo, quello tenero per il pane 16 centesimi al chilo, ben al di sotto dei costi di produzione sostenuti dalle aziende. Poi succede che dal grano alla pasta i prezzi aumentano del 500% e quelli dal grano al pane addirittura del 1400%. Il nostro Paese è il principale produttore europeo di grano duro, con una superficie coltivata di 1,3 milioni di ettari e una produzione di quasi 5 milioni di tonnellate. Meno rilevante la produzione del tenero (3 milioni di tonnellate da 0,6 milioni di ettari).

I produttori di Viterbo, territorio storicamente considerato il granaio di Roma per l’estensione delle sue coltivazioni, vivono un momento di grande difficoltà, al punto che se le condizioni non cambiano in tempi rapidi più di qualcuno potrebbe rinunciare alla prossima semina. E intanto le importazioni di grano tenero dall’Ucraina sono quadruplicate (+315%) e quelle di grano duro dal Canada sono cresciute del 4% per un aumento complessivo dei volumi importati del 14% nel primo trimestre del 2016 sul 2015. L’Italia nel 2015 ha importato 4,3 milioni di tonnellate di frumento tenero e 2,3 milioni di tonnellate di grano duro. Più di un pacco di pasta su tre e più della metà del pane venduti in Italia sono fatti con materia prima estera, ma i consumatori non possono saperlo, non essendo obbligatorio indicare la provenienza in etichetta. Il ministro, sceso in piazza al termine del tavolo, ha annunciato un finanziamento di 10 milioni di euro per qualificare la produzione nazionale e l’istituzione di una commissione che verifichi la trasparenza delle dinamiche di formazione del prezzo.

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