“L’Italia non è un Paese per mamme imprenditrici”

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VITERBO – Solo l’1% del Pil italiano è destinato alla spesa pubblica per la famiglia (16,5 mld): in Italia il welfare latita e, tra gli altri, è l’occupazione femminile a farne le spese. I dati emersi dall’Osservatorio sull’imprenditoria femminile curato dall’Ufficio studi di Confartigianato e presentato a Roma alla Convention di Donne Impresa Confartigianato non sono incoraggianti e richiedono strategie d’urgenza che vadano ben oltre le semplici riflessioni.

 

«Il welfare italiano – commenta Fosca Mauri Tasciotti (foto), presidente regionale e provinciale del Movimento Donne Impresa – non aiuta le donne che lavorano a far nascere e crescere i figli. Se le dipendenti sono penalizzate dagli squilibri del welfare, le imprenditrici lo sono ancora di più in quanto del tutto escluse dagli interventi a tutela della maternità previsti per le lavoratrici dipendenti».

 

La spesa pubblica per la famiglia è pari al 2% della spesa totale della PA e appena l’1% del Pil, a fronte degli interventi per gli anziani che, tra pensioni e spesa per la salute, corrispondono al 20% del Pil. In altre parole, per 1 euro speso a favore della famiglia se ne dedicano 20 agli over 65. Il basso livello di spesa per la famiglia colloca l’Italia al 22° posto tra i Paesi Ue per la quantità di risorse dedicate a questo capitolo di interventi pubblici che, nella media dei Paesi europei, si attesta all’1,7% del Pil. Al contrario, la spesa pubblica per anziani in Italia supera del 4,9% la media europea che si attesta ad una quota pari al 15,1% del Pil.

 

«L’occupazione femminile – continua il presidente –, la stessa che traina la riprese del mercato del lavoro così come più volte evidenziato dai rapporti del nostro centro studi, è penalizzata dalla quantità di spesa pubblica destinata ai servizi per la famiglia, così come si registrano effetti negativi sulla natalità. Lo Stato non consente alle madri di conciliare il lavoro con la famiglia, ponendole di fatto davanti ad una scelta ingiustificabile nel 2015». Secondo lo studio di Confartigianato, infatti, per le donne tra 25 e 44 anni senza figli il tasso di attività lavorativa è dell’82,1%, ma scende al 63% per le donne della stessa età con figli, con un gap di oltre il 19%. Il 42,7% delle madri occupate segnala di avere difficoltà a coniugare l’attività professionale con gli impegni familiari e per la cura dei figli si affidano soprattutto a reti di aiuto informale con il 51,4% dei bambini con meno di 2 anni accudito dai nonni, mentre il 37,8% frequenta un asilo nido.

 

La baby-sitter viene scelta come modalità di affido prevalente soltanto dal 4,2% delle madri lavoratrici. Lo studio condotto da Confartigianato ha analizzato anche la qualità dei servizi messi in campo dai singoli Comuni che, complessivamente, dedicano alle famiglie e ai minori il 40% della spesa totale per interventi e servizi sociali. La nostra regione, con il 43,5%, supera di poco la media nazionale. In Italia l’11,9% dei bambini tra 0 e 2 anni ha usufruito di Asili nido; per entrare nel dettaglio dei dati analizzato, il Lazio registra un valore più alto rispetto alla media presa in esame con il 16,8%.

 

«Che l’Italia non sia un Paese per donne e lavoratrici – conclude la Mauri Tasciotti – è purtroppo cosa nota. Sono i comparti produttivi al femminile le realtà più forti e in grado di traghettare il Paese intero verso la ripresa eppure non si è ancora capito che è indispensabile creare un terreno che favorisca il lavoro delle donne anziché ostacolarlo per mancanza di aiuti che tanto ricordano i decenni passati. Se si incrementasse l’offerta dei servizi per la famiglia e per l’infanzia, se dunque si promuovesse la conciliazione dei tempi lavorativi e familiari, si registrerebbe un incremento dell’occupazione femminile senza precedenti storici. Per non parlare dei benefici che politiche attive di welfare avrebbero sul comparto di lavoratrici autonome. Dividere le due anime di una donna, quella lavorativa e quella materna, non è una soluzione ma l’ennesima scelta tattica sbagliata che contribuisce a confinare l’Italia nei posti più bassi della classifica europea per produttività e competizione».

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