Hic Castrum fuit: 3 dicembre 1649: dopo 360 anni, la distruzione di Castro resta ancora un mistero

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ISCHIA DI CASTRO – Giovedì 28 aprile presso il Museo Civico di Ischia di Castro, dopo il saluto del Sindaco di Ischia di Castro Salvatore Serra accompagnato dall’ Assessore al Turismo Sabrina Quintili, gli storici Romualdo Luzi per i Farnese e Colombo Bastianelli per i Pamphilj, hanno dato vita ad un vivace incontro a due voci, che ha appassionato e coinvolto il numeroso pubblico.

I documenti citati e gli scenari storici tracciati da Luzi e Bastianelli hanno infatti fornito al pubblico dei notevoli spunti di riflessione sulla controversa vicenda della seconda guerra di Castro . Se i due relatori concordano sulla cause che hanno portato alla Guerra di Castro: ossia la necessità da parte di Innocenzo X di entrare in possesso dei beni farnesiani per finanziare i lavori dell’ imminente giubileo del 1650, inspiegabile appare a tutt’oggi il doloroso epilogo della guerra.

 

Adducendo a pretesto i debiti contratti dai Farnesi presso i montisti romani e scatenando, attraverso la nomina a Vescovo di Castro del barnabita Cristoforo Giarda, uomo di fiducia del Papa Innocenzo X Pamphil, la reazione dei Farnese i quali commissionarono l’assassinio del religioso a ggredito a Monteorsi il 18 marzo 1649 e deceduto il giorno successivo, i Pamphil scatenarono ad arte una guerra –lampo che, vedrà susseguirsi, dopo la sconfitta dell’ esercito farnesiano da parte di quello pontifiico a San Pietro in Casale presso Bologna il 13 agosto 1649, l’ assedio della città di Castro – tra l’altro invicta – fino a che, il 2 settembre, venendo a mancare la riscossa dell’ esercito farnesiano in soccorso di Castro, venne firmata dal Colonnello Sansone Asinelli ( Colonnello generale degli Stati di Castro e Ronciglione e governatore di Castro ) e da David Widman ( comandante dei corpi d’armata pontifici ) la stipula dei patti di resa della città di Castro con la condizione, tra le altre, che gli abitanti ‘ non debbano essere molestati né in vita né in robba”.

 

Di fatto, i patti di resa vennero del tutto disattesi in quanto i castresi vennero cacciati e, per mezzo di gruppi di ‘aquilani’ assoldati appositamente, la città di Castro venne distrutta nelle settimane successive fino a quando, il 3 dicembre 1649 viene data da Mons. Giulio Spinola, allora governatore di Castro, la notizia ufficiale del totale annientamento della città di Castro.

 

Sulle responsabilità di Olimpia Pamphilj nella vicenda, si dividono le tesi dei due storici in mancanza di documenti certi che attestino o meno il reale coinvolgimento della Pamphilj: secondo Luzi la vera ispiratrice della disfatta finale fu molto probabilmente Olimpia Pamphilj animata dall’ odio accecante verso i Farnese per via della protezione che questi ultimi accordarono ad Olimpia Aldobrandini, Principessa di Rossano loro cugina e moglie dell’ unico figlio maschio di Olimpia, Camillo Pamphilj il quale, con questo matrimonio, aveva definitivamente compromesso la sua futura carriera ecclesiastica che, nei piani della madre, doveva condurlo dal cardinalato al soglio pontificio una volta deceduto lo zio.

 

Secondo Colombo Bastianelli lo spirito pratico e la sete di beni e potere di Olimpia, non avrebbe mai consentito di fatto alla donna, di commettere una mossa tanto dispendiosa quanto insensata visto che dopo la resa, il cognato Innocenzo X avrebbe potuto incamerare la Città e le proprietà di Castro per venderle o utilizzarle sia a beneficio e a gloria dei Pamphilj, sia per reperire i fondi necessari al finanziamento dell’ imminente giubileo del 1650 e al completamento del Principato di San Martino ai Monti ( l’ attuale San Martino alal Cimino) la cui costruzione era allora sospesa per mancanza di fondi. Di ciò ci dà infatti curiosa conferma la lamentela indirizzata dall’architetto militare Marcantonio De’ Rossi alla Pamphilj il quale, mal tollerando oltre, gli scarsi o nulli compensi ricevuti per l’opera prestata nella edificazione del borgo di San Martino , proprio nel giorno in cui vennero stipulati i patti di resa di Castro ossia il 2 settembre 1649, si lamenta con la Pamphilj perché ‘l’aria fresca’ che si respira nel borgo di San Martino non è certamente un risarcimento adeguato ai mancati compensi…

 

A supporto della sua tesi, Bastianelli ipotizza la ingerenza della Corona di Spagna nell’ imporre la distruzione di Castro per fugare definitivamente una futura e strategica presenza farnesiana a ridosso dello Stato Pomtificio e cita la notizia, riportata da un commentatore del tempo, secondo cui la Pamphilj si sarebbe lagnata con il segretario di Stato pontificio, il Cardinale Giovanni Giacomo Panciroli della ‘scellerata decisione del cognato” a riguardo di Castro.

 

La totale irreperibilità ad oggi di documenti e indizi che possano gettare luce sulla brutale fine di Castro attuata a tempi record e a dispetto dei patti di resa firmati, sollecita future ricerche vòlte a dare conto di un vuoto documentario creato forse ad arte per nascondere ai posteri le garvi ragioni di una scelta scellerata che forse dispiacque allo stesso modo sia alle vittime che ai presunti carnefici, forse pedine entrambi di potenti strategie politiche avverse ….

 

Il dibattito-incontro fa parte dell’ ormai noto progetto culturale “ Sulle orme di Olimpia” promosso dalla Confraternita del SS. Sacramento e S.Rosario di S. Martino al Cimino coadiuvata dalla Pro.Loco e dalle associazioni sammartinesi per sensibilizzare l’opinione pubblica e le forze politiche , sulla necessità di riaprire il Palazzo Doria PAmphilj di S.Martino al Cimino, chiuso dal 2012.

 

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