“A Viterbo uno dei più alti tassi di disoccupazione femminile”

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VITERBO – “”Viterbo, Frosinone e Latina sono le province dove nel 2015 il tasso di disoccupazione femminile ha raggiunto il 15%, rappresentando una forte criticità nel panorama economico laziale”. A dichiararlo è Giancarlo Turchetti (foto), Segretario Generale della Uil di Viterbo.

 

“Nella nostra regione – prosegue Turchetti – il tasso di disoccupazione femminile raggiunge il 14,5% (in Italia è del 12,4%) e le donne hanno maggiore difficoltà a raggiungere i posti dirigenziali. Non solo, ma la loro retribuzione è nettamente inferiore ai colleghi uomini. QUn quadro che nella Capitale sembra avere tinte ancora più fosche per via della maggiore difficoltà da parte delle donne nel raggiungimento delle posizioni apicali. Roma si colloca infatti tra gli ultimi posti in Italia per presenze femminili tra dirigenti e manager. Nella Capitale soltanto il 27% delle donne si trova nei consigli di amministrazione delle varie aziende, contro il 36% di Bologna, il 34% di quasi tutte le città del Piemonte e il 33% di Firenze. Peggio soltanto – aggiunge Turchetti – alcune città del sud, come Catanzaro, Vibo Valentia, dove i vertici al femminile raggiungono appena il 14%. E non va meglio sul fronte retribuzioni, dove le donne, a parità di ruolo e mansioni, continuano a percepire uno stipendio nettamente inferiore rispetto ai colleghi dell’altro sesso”.

 

Secondo uno studio dell’osservatorio JobPrincing infatti la maggior parte delle donne continua a essere inquadrata come impiegata (58%), guadagnando il 12,4% in meno degli uomini e anche tra i laureati il divario di stipendio è notevole: +33% a favore degli uomini.

 

“Probabilmente perché le donne laureate sono mediamente più giovani dei colleghi uomini, così dice lo studio – commenta il segretario generale della Uil di Roma e del Lazio, Alberto Civica – In ogni caso si tratta di un gap fortemente sproporzionato, frutto anche di una cultura che, nonostante i grandi passi avanti, rimane fortemente maschilista. Sono una conferma non solo i dati e le maggiori difficoltà, ma anche la mancanza ancora oggi ad esempio di un ministro alle Pari Opportunità, la scarsa tutela di donne e bambini. Campo nel quale, nonostante proclami e celebrazioni d’occasione, siamo tra i Paesi più arretrati a livello europeo, come la stessa Unione Europea non manca di ricordarci frequentemente. Forse anche per questo, assumono ancora maggior rilievo le iniziative imprenditoriali che le donne stanno portando avanti soprattutto negli ultimi anni. Riuscendo, con la determinazione che le caratterizza e con l’ausilio degli incentivi istituzionali recenti, a costruire anche tra le avversità”.

 

“Ne sono un esempio – spiega Giancarlo Turchetti – le aziende ‘rosa’ della nostra regione, che sebbene rappresentino soltanto un quinto del totale, evidenziano una forte dinamicità ascrivibile soprattutto al territorio capitolino, la cui presenza nel campo dell’imprenditoria femminile supera le 95 mila unità. Tuttavia, in rapporto all’incidenza delle imprenditrici nel tessuto produttivo locale, Roma si posiziona all’ultimo posto tra le province della nostra regione e il Lazio al quintultimo nella classifica nazionale”.

 

I tassi di femminilizzazione più alti si rilevano in alcune regioni del meridione dove più significativa risulta l’incidenza dell’imprenditoria agricola quali il Molise (28,3%), la Basilicata (26,5%) e l’Abruzzo (25,7%). È infatti l’agricoltura il settore più aperto all’imprenditoria rosa. E anche nella nostra regione il comparto raggiunge valori molto elevati (34,3% nel Lazio e 28,7% in Italia). Nella provincia di Frosinone quasi una impresa agricola su due è a conduzione femminile (49,7%).

 

Seguono in ordine di incidenza le imprese del commercio e degli altri servizi (24,2% il tasso di femminilizzazione per entrambi). E’ la provincia di Rieti, con 2.183 imprese femminili in totale, a conquistare la maglia rosa (31,7% e 35,2% i rispettivi tassi).

 

“Una situazione che purtroppo dimostra il totale relativismo delle teorie ottimistiche sul jobs act che sicuramente ha incrementato i contratti, ma si tratta soprattutto di trasformazioni e non di nuove assunzioni, come confermano questi dati – conclude Civica – I passi da fare comunque sono ancora molti, in campo lavorativo, in politica e anche nel sindacato perché le donne occupino i posti che spettano loro e che troppo spesso non raggiungono”.

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