Alessandra Terrosi al Convegno di chiusura delle PIT RL 232 e RL 230

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VITERBO – Interazione tra risorse naturali, sostenibilità ambientale, potenzialità del territorio in ambito rurale e rispetto dell’ambiente: questi i temi individuati come elemento di discussione e confronto tra cittadini, agricoltori e istituzioni nell’ambito del convegno organizzato a chiusura delle PIT RL 232 Alta Tuscia e PIT RL 230 Dalla Maremma ai Cimini che sancisce il percorso per la costruzione di un progetto condiviso di sviluppo locale dell’area interna “Alta Tuscia – Antica Città di Castro”.

 

Alessandra Terrosi (foto), Deputata PD membro della Commissione Agricoltura, a conclusione della sessione mattutina fa il punto su quanto emerso durante gli interventi: “La programmazione integrata territoriale attivata nel precedente programma di sviluppo rurale è stata una prima forma di pianificazione territoriale che aveva come obiettivo quello di individuare reti di partnership, tra enti locali e tra questi e i soggetti privati con l’obiettivo di realizzare opere finalizzate allo sviluppo di alcuni obiettivi comuni. Per certi aspetti è stata un’esperienza difficile soprattutto in termini di gestione amministrativa dei progetti, che solo parzialmente ha dato i risultati sperati. Non sempre e non necessariamente quelle esperienze sono diventate strutturali; piuttosto hanno rappresentato la opportunità per i Comuni e per i privati che vi hanno aderito di sperimentare l’aggregazione di diverse idee per il perseguimento di un fine comune. Penso che sia corretto, proprio perché questa giornata rappresenta la conclusione di quella esperienza, tirare le somme e affermare che probabilmente i limiti più importanti possono essere ricondotti ai disagi sul piano dell’avvio delle attività, della gestione amministrativa e dei ritardi maturati sia nella realizzazione delle opere, sia nella erogazione ai beneficiari delle somme dovute.

 

Innegabile tuttavia − continua Terrosi − è il merito che va riconosciuto alla PIT per aver individuato la risposta dei territori ad alcune necessità: una delle PIT proponeva infatti molti progetti nel settore sociale, con l’inclusione di soggetti disagiati in agricoltura, con la organizzazione di agrinido, con la ricerca di risposte per gli anziani, cioè per tutte quelle fasce che mostrano una fragilità significativa per le quali si profila difficoltà nell’impiego o nel ricollocamento. Questo tema, per l’importanza che riveste in tutte le zone marginali, dovrà essere mutuato nella nuova programmazione della cosiddetta Area interna”.

 

“La programmazione verso la quale ci stiamo orientando richiede un approccio sistemico diverso dal precedente e la necessità di avere una visione complessiva delle azioni che è necessario intraprendere per invertire alcune tendenze che sono tipiche della nostra così come di altre aree interne: gli indici socio economici denunciano in tali aree tendenza allo spopolamento e all’invecchiamento della popolazione, dinamismo delle attività produttive rallentato ma non ancora del tutto compromesso”, dice Terrosi. “L’area interna ci richiama ad una riflessione seria su cosa vogliamo cambiare e come farlo: solo dopo sarà possibile decidere con quali strumenti finanziari – fondi europei, nazionali e regionali – attuarlo. Semplici le domande che le Linee guida per costruire una strategia d’area propongono: quali sono le condizioni iniziali e gli attori che caratterizzano l’area? Quali sono le tendenze demografiche, sociali, economiche e ambientali in assenza di intervento? Quale è lo scenario che si ritiene possibile e si vuole raggiungere? Un prerequisito affinchè un territorio si candidi ad essere un’area interna, e quindi a poter usufruire di finanziamenti dedicati per il settore socio sanitario, per il trasporto pubblico locale e per l’implementazione della rete dell’istruzione, è la unione tra i comuni candidati che, mettendosi insieme, definiscono la cogestione di servizi e funzioni. Questo aspetto, negli ultimi anni, nel nostro territorio è riuscito solo parzialmente, attraverso l’avvio di processi di trasformazione che sono tutt’ora in atto. Proseguire in questa direzione significherà migliorare i processi di collaborazione nell’ottica sia di ottimizzare le risorse, sia di cooperare proficuamente rendendo le nostre aree destinatarie non di “azioni straordinarie” che si esauriscono con l’esaurirsi dei fondi disponibili ma scenario in cui si sperimentano azioni che dovranno avere il carattere della ordinarietà.

 

“Da questo punto di vista i biodistretti – continua Terrosi – hanno rappresentato in molti casi forme di innovazione, terreni di sperimentazione in cui agricoltori biologici, trasformatori, consumatori, artigiani locali, gruppi di acquisto, associazioni e amministrazioni pubbliche decidono di lavorare congiuntamente per rendere migliore la opportunità di vivere in quel determinato territorio, dando corpo a quello sviluppo che prevede la modalità di gestione sostenibile delle risorse locali. Il biodistretto individuato come opportunità di sviluppo e volano socio economico, come tutela e promozione della agricoltura biologica, come recupero delle tradizioni e delle tipicità locali.

 

Dai numerosi e qualificati interventi che si sono succeduti è emerso che molti possono essere gli strumenti per raggiungere gli obiettivi individuati: dall’area interna, al biodistretto, al contratto di fiume, di lago e di costa, anche in modalità combinata tra gli stessi. L’importante sarà far sì che gli Enti locali – insieme alle associazioni, alle attività produttive, agli agricoltori e a tutte le figure che partecipano a vario titolo alla vita delle comunità – tornino ad essere protagonisti e fautori dello sviluppo locale.

 

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