“In provincia di Viterbo 73.000 voucher venduti in soli tre mesi”

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VITERBO – “Nel primo trimestre del 2016 in provincia di Viterbo sono stati venduti 73.965 voucher. Il tutto in un contesto nazionale che ha visto un vertiginoso aumento di questo strumento. Si è passati infatti dai 536.000 buoni venduti nel 2008 agli oltre 115 milioni del 2015”. A dichiararlo, in base ad uno studio dell’Unione Italiana del Lavoro, è Giancarlo Turchetti (foto), Segretario generale della Uil di Viterbo.

 

“In Italia – prosegue Turchetti – complessivamente dal 2008 al 2015 sono stati venduti oltre 277 milioni di voucher, mentre quelli riscossi ammontano a circa 238 milioni, con una differenza di oltre 39 milioni di voucher non utilizzati dai committenti. Si tratta di uno strumento sotto controllo rispetto allo scopo per il quale, 13 anni fa, è stato introdotto, cioè una modalità di pagamento per prestazioni essenzialmente di natura occasionale o accessoria destinata soprattutto a giovani e pensionati in attività quasi sempre retribuite in nero? La risposta è no, è i dati lo dimostrano ampiamente. Infatti – spiega Turchetti – negli ultimi anni, la politica e il legislatore hanno prodotto norme che più o meno gradualmente hanno allargato la legittimazione nell’uso del voucher sia dal punto di vista del beneficiario che del committente. Tant’è vero che, attraverso la Riforma del 2012, è stato superato il concetto di ‘occasionalità ed accessorietà’ delle prestazioni, collegando così la nozione di lavoro accessorio unicamente al riferimento del compenso annuale in capo al prestatore di lavoro. Questo ha dato la possibilità di utilizzarlo tutti i giorni, in maniera continuativa. Quindi, perché un committente dovrebbe stipulare un contratto a tempo determinato full time con tutti gli oneri e i costi che ciò comporta (13°, 14° mensilità, Tfr, ferie, malattia, maternità, contribuzione, disoccupazione, tasse, etc.), se può chiamare un ‘voucherista’ e pagarlo 7,50 euro l’ora senza costi aggiuntivi? È chiaro che la domanda è retorica, in quanto – sottolinea Giancarlo Turchetti – la risposta va da sé e i dati sull’impennata di utilizzo anno dopo anno lo dimostrano”.

 

“Se è vero – commenta il Segretario Confederale Uil, Guglielmo Loy – come sosteniamo da sempre e come dimostrano anche le rilevazioni sull’andamento del mercato del lavoro, che l’occupazione non si crea con continue leggi che modificano i nostri istituti contrattuali, è altrettanto vero che gli interventi di riforma sono perfettamente sovrapponibili alla qualità dell’occupazione prodotta. Ne è dimostrazione il fatto che le modifiche legislative sui voucher, anno dopo anno, riforma dopo riforma, ne hanno allargato il campo di applicazione sia oggettivo (i settori) che soggettivo (datori di lavoro e lavoratori), con l’ulteriore e recente novità, contenuta nel d.lgs 81/15, dell’aumento a 7.000 euro dell’importo netto percepibile annualmente dal singolo prestatore di lavoro. E il tetto per il committente? La normativa non lo ha mai previsto. E questo è un primo, ma non unico problema. Così la stravagante normativa sul lavoro accessorio prevede che il prestatore di lavoro, indipendentemente dal numero dei committenti per cui lavora, non possa superare un compenso annuale di 7.000 euro, mentre il singolo committente potrebbe avere ‘tutta’ la forza lavoro con voucher senza avere alcun tetto annuo. E non stiamo parlando di un committente circoscritto (famiglia che si avvale di una collaboratrice domestica o baby sitter), poiché – conclude Loy – la normativa non mette limiti ai settori in cui si può utilizzare”.

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