“Trecentomila lavoratori esclusi dalla Naspi”

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VITERBO – “Trecentomila lavoratori e lavoratrici domestiche che svolgono la propria attività con meno di 24 ore settimanali, in caso di perdita di lavoro, non potranno beneficiare del ‘paracadute sociale’ della NASPI (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego) a differenza di quanto avveniva in passato con l’ASPI. Tutto questo grazie al Jobs Act”.

 

A dichiararlo è Giancarlo Turchetti (foto), Segretario Generale della UIL di Viterbo.

 

“Infatti l’INPS – prosegue Turchetti – con la circolare 142 emanata alla fine di luglio specifica che l’ulteriore requisito per aver diritto alla NASPI (30 giornate lavorate nell’ultimo anno), viene interpretato, per gli addetti del lavoro domestico, con una attività lavorativa di 5 settimane di almeno 24 ore lavorative. Quindi se lavori 24 ore o di più hai diritto alla NASPI, altrimenti con una attività fino a 23 ore, a prescindere dall’anzianità contributiva, non hai diritto alla NASPI. Pertanto se una lavoratrice o lavoratore domestico ha lavorato sempre a 20 ore settimanali e perde il posto di lavoro non ha diritto a nulla. Questo significa che, una lavoratrice o un lavoratore domestico con 33 anni di età con un lavoro di 20 ore settimanali negli ultimi 3 anni e uno stipendio di 680 euro al mese, con la ‘vecchia ASPI’ avrebbe preso 483 euro mensili per 10 mesi (4.830 euro), più la copertura previdenziale per aver diritto alla pensione, più eventuali assegni al nucleo familiare. Con la NASPI invece non ha diritto a nulla. Stessa cosa per una domestica con 55 anni di età che ha lavorato fino al 2013 per 28 ore settimanali e poi nel 2014 e 2015 ha ridotto il proprio orario a 20 ore. Con l’ASPI avrebbe percepito 457 euro mensili per 12 mesi (5.490 euro), più contribuzione previdenziale e assegni familiari, mentre con la nuova NASPI non percepisce nulla di tutto ciò”.

 

“Un errore o una inutile cattiveria? – si chiede il Segretario Confederale UIL, Guglielmo Loy – Questa la domanda che ci facciamo di fronte alla penalizzante interpretazione che fa l’INPS (immaginiamo con l’ok del Governo) sul diritto, o meno, per circa 300.000 lavoratrici (e lavoratori) impegnate nel secondo pilastro del Welfare Italiano: le collaboratrici familiari e le badanti. Perché negare a chi lavora a part time (come altri 3.2 milioni colleghi di altri settori) una prestazione così vitale come l’indennità di disoccupazione? Come si può contraddire le affermazioni del Governo che hanno sempre enfatizzato l’allargamento a tutti i lavoratori degli ammortizzatori? Con questo – conclude Guglielmo Loy – siamo al secondo buco del Jobs Act: al primo è stata messa un toppetta, a questo? Speriamo in urgente ‘ravvedimento operoso’”.

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