A 50 anni dalla morte di Paolo Rossi, studente della Sapienza

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VITERBO – Era il 27 aprile del 1966 quando Paolo Rossi, studente universitario alla Sapienza di Roma, restò ucciso in uno scontro con studenti di destra, cadendo da un muro di cinque metri; cinquant’anni fa, come ricordano in questi giorni le cronache dei quotidiani della Capitale.

Ne parlo perché l’episodio ebbe un gran risalto sui giornali e per me, allora liceale, che cominciavo a formarmi una mia concezione politica fatta di letture e discussioni, divenne di grande interesse, tanto da farmi acquistare per la prima volta, un giornale quotidiano, il Messaggero, sul quale seguii la vicenda.

Quando due anni dopo iniziai a frequentare anch’io la facoltà di Giurisprudenza a Roma, ebbi modo di ricostruire l’episodio e come anche subito si disse allora, si trattò del drammatico epilogo di una aggressione a calci e pugni, che spinse Paolo Rossi oltre il parapetto del muro di contenimento della scalinata che porta all’ingresso di Giurisprudenza, appunto a circa cinque metri dal suolo.

La tolleranza delle autorità accademiche nei confronti del FUAN e di altre formazioni scopertamente fasciste, era di tutta evidenza ed in particolare la facoltà di Giurisprudenza, anche quando rimosso il Rettore Papi, subentrò D’Avack: stazionavano regolarmente all’ingresso tre o quattro energumeni con il casco da motociclista, tenendo ciondoloni la pesante catena con lucchetto che sarebbe dovuta servire a legare la moto.

Anche in pieno “sessantotto” Giurisprudenza fu una base “nera” e l’ultima ad essere occupata e su quella scalinata si consumarono atti di violenza anche gravi.

Questo mezzo secolo di ricordi, apre con la morte di Paolo Rossi, una riflessione su quegli anni che avrà, suppongo, il suo culmine nel 2018, in cui c’è da giurarci l’industria editoriale, quella dei media, del merchandising, dei “testimoni” darà il meglio di se.

Ma come è avvenuto ad ogni decade sul Sessantotto, così pieno di fatti eclatanti, nazionali ed internazionali, di significati e simboli indelebili per generazioni, non si troverà, com’è gia’ avvenuto, lo spazio per quel ragazzo che aveva assorbito e coltivato in famiglia idee socialiste ed antifasciste ed in tempi che si facevano duri, perse la vita per affermarle.

Certo tutte le vittime della violenza politica sono uguali e da tutte deve venire la lezione di garantire sempre un confronto pacifico e democratico; ciascuno per la propria parte e nella propria parte deve comunque avere il diritto al ricordo ed al rimpianto.

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