Dacci oggi il nostro terrore quotidiano

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VITERBO – Ancora la Francia, dopo Charlie Hebdo, il Bataclan, l’orrore della violenza terroristica stavolta agisce in provincia, a Nizza e lo fa durante le celebrazioni del 14 luglio, festa nazionale che ricorda la presa della Bastiglia.

E’ questa ricorrenza storica l’unico aggancio motivazionale che lega Nizza alle origini del terrorismo islamico: in principio era la fatwa, la condanna a morte individuale per una violazione, un peccato mortale, una offesa indelebile alla religione islamica che si cancella solo con l’uccisione del reo; e tutti possono eseguirla, anzi tutti debbono eseguirla, tutti debbono trasformarsi in assassini.

I redattori di Charlie Hebdo era colpevoli di vilipendio, oltraggio, derisione della figura del Profeta e dell’intero Islam; ma i ragazzi del Bataclan? Tutte le vittime che sono seguite a Tunisi, Egitto, Bruxelles, a Dacca, in giro per il mondo?

Anche il modus operandi si è evoluto dal kit classico del kalashnikov, la cintura esplosiva, l’abbigliamento con i colori del Califfato ed il target specifico e simbolico a quello del coltello, del camion tra la folla, dell’obiettivo indifferenziato, delle vittime a caso, sempre più numerose, come se dalla qualità del terrore si fosse passati alla quantità, anzi è l’escalation del numero alla base della portata terroristica dell’azione criminale.

La sconfitta sul campo del Califfato, ancora troppo lenta ed incerta per non apparire sospetta, rinviata da mesi per il mancato accordo sull’assetto complessivo del Medio Oriente del dopo Hassad, ha prodotto la nuova fatwa del colpire l’occidente ovunque e da chiunque.

Il messaggio arriva sia a cellule dormienti che attendono di colpire obiettivi prefissati, in modalità sempre diverse e spiazzanti, a mano a mano che la risposta delle forze di sicurezza nazionali si affina e si precisa, ma arriva anche a psicolabili, a personalità esaltate da un rapporto malato con la religione, che non hanno alcun rapporto militante con alcuna centrale terroristica.

Questo è l’aspetto più pericoloso, perché consente agli strateghi della politica oscura e misteriosa dei servizi
segreti più o meno deviati, di intervenire perfettamente mimetizzati nel “terrore fatto in casa” per destabilizzare o stabilizzare a seconda dei casi, le propaggini più fragili e sensibili degli interessi occidentali.

Il compito dei media è drammaticamente decisivo, sia per l’esito della battaglia finale con questo terrorismo che si nutre di immagini ed effetti speciali; sia anche perché sono esposti al rischio di manipolazione da parte di chi li guida, al fine di sovraesporre i fatti, emozionare pervasivamente l’opinione pubblica, distrarla e condizionarla.

La sproporzione tra atto ed effetto è la cifra del possibile successo di ogni terrorismo; l’equilibrio e la misura ne sono l’antidoto quotidiano che dovremo ricercare ancora a lungo.

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