Imparare dal terremoto

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VITERBO – C’è una questione di grande spessore che è emersa netta dal terremoto delle 4 Regioni, di cui però non si parla: quella dei cosiddetti Piccoli Comuni, che quasi sempre, eccetto pochissimi casi, sono le vittime inermi e predestinate delle scosse telluriche.

Questa categoria di Comuni sino a 5000 abitanti, circa 6000 su 8000, coprono il 54% della superficie del suolo italiano e sono dislocati soprattutto in montagna, Alpi ed Appennino, dove svolgono il ruolo essenziale ed insostituibile di manutenzione, vigilanza, cura e valorizzazione del patrimonio naturalistico e storico, che quei luoghi rappresentano.

Alpi ed Appennino sono le zone naturalmente vocate ad essere colpite dai sismi di assestamento della crosta terrestre e sui quotidiani di questi giorni abbiamo più volte visto le mappe di rischio redatte dopo 300 anni di rilevazioni storiche dei terremoti.

Ma questi enti locali sono particolarmente fragili, non solo strutturalmente, ma soprattutto politicamente; è elettoralmente poco utile dedicare loro attenzione e risorse.

Da circa un decennio addirittura ci si è accaniti su questi cosiddetti Piccoli Comuni, indicandoli come centri di spreco, obbligandoli a demenziali forme associative, tagliando loro risorse vitali, bloccando loro assunzioni ed investimenti.

Spopolamento ed incuria hanno che fare con il terremoto e con le sue conseguenze?

Credo di sì; credo che tutto ciò sia una concausa, un elemento aggravante di eventi che naturalmente non controlliamo, ne prevediamo; credo che se svolta ci deve essere, (e quella annunciata da Renzi va finalmente nella giusta direzione) essa debba partire proprio dai Piccoli Comuni italiani.

Si è visto come alcuni edifici, anche ristrutturati di recente, si sono sbriciolati; ma come fare i controlli se nei Comuni gli organici tecnici sono ai minimi storici e nei Piccoli comuni si cerca di condividere un geometra o un ingegnere per qualche giorno a settimana?

Come pianificare una messa a norma antisismica o tutelare i centri storici medievali contenenti sempre opere d’arte, spesso di rilievo, se non c’è una politica nazionale di attenzione ed investimento pluriennale?

Lo spopolamento, dovuto alla crisi demografica ed economica, comporta anche l’abbandono degli edifici che aggrava progressivamente il loro stato strutturale, così quando d’estate si riempiono di turisti o di paesani che tornano, sono sempre più a rischio.

Ben venga Renzo Piano ed il varo di una politica nazionale che censisca i Comuni più a rischio e determini in ciascuno una priorità degli interventi, perché è evidente che non disponendo delle centinaia di miliardi necessari per mettere in sicurezza o quanto meno limitare i danni in caso di sisma, dobbiamo programmare su dieci o venti anni.

Ma accanto ad essa ci sia una politica “nazionale” per i Piccoli Comuni, fatta non di elemosine, ma di programmi di CONTROESODO, di impostazioni strategiche di valorizzazione che puntino su identità, tipicità ed eccellenze di cui, ancora per poco, i nostri borghi e paesi sono ricchi: l’Italia può rinascere soltanto dalle proprie radici.

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