La politica tripolare al tempo dell’astensione

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VITERBO – Che comunque una o più lezioni nazionali si possano trarre dal voto di ieri, appare scontato, ed un punto tra gli altri meriterebbe un approfondimento, gli effetti e le dinamiche del tripolarismo ed il fenomeno dell’astensionismo in crescita.

 

Quest’ultimo sta a dimostrare un allentamento della tensione civica al voto, che nel dopoguerra sino quasi alla fine del secolo scorso era percepito come un diritto dovere e addirittura agli albori della Repubblica le Prefetture conservavano gli elenchi di chi disertava le urne, in vista di improbabili sanzioni.

 

Il significato profondo dell’astensionismo è la percezione delle propria impotenza a decidere e verificare i contenuti della comunicazione politica; la “narrazione” di per se è solo una parte della vita della polis e soggiace alle leggi del marketing tra cui la più importante è quella della saturazione del messaggio.

 

La linea di penetrazione di una idea, di un annuncio, di uno slogan, non è una semiretta che prosegue nella sua efficacia all’infinito proporzionalmente alla quantità di mezzi che vi si impiegano; bensì è una curva che raggiunto il culmine comincia a discendere.

 

Tante campagne elettorali sono fallite sia per difetto che per eccesso di comunicazione, perché il problema è far coincidere il culmine della curva con il giorno delle votazioni.

 

Nel nostro caso l’eccesso di mezzi impiegati a livello nazionale su altri terreni di opinione ha prodotto effetti negativi per i Sindaci diciamo “governativi” in gioco: l’avvio prematuro della campagna referendaria sulla Costituzione che ha rivelato come l’esito per il SI non fosse e non sarà scontato; il disinteresse ostentato dal premier per una valenza nazionale del voto amministrativo, contraddetto per un suo impegno diretto a Roma; il no-tax day, abolizione della Tasi e dell’IMU agricola, che doveva imitare l’effetto 80 euro e che invece ha poco scalfito la pressione fiscale percepita, anche perché l’IMU agricola l’ha messa questo governo; il presenzialismo in TV, sui social media e nelle assise di categoria ecc.

 

Il tripolarismo poi che immette dubbi sul sistema elettorale che premia il partito piuttosto che la coalizione su cui poggia l’intera costruzione istituzionale e politica di Renzi.

 

Peculiare, e comune a quasi tutte le situazioni, il fatto che le referenze elettorali dei candidati del PD siano nei centri delle città e che la richiesta di cambiamento e quindi il loro rifiuto sia avvenuto nelle periferie; l’insediamento sociale, il blocco sociale di riferimento del “Partito delle Nazione” è saltato; l’ipostasi che mantenendo gran parte dell’elettorato di sinistra e di centrosinistra ci si potesse espandere a destra senza pagare pegno, anche.

 

Torino ne è l’esempio più evidente: un brontosauro triste della Prima Repubblica, scampato alla rottamazione per la velocità con cui era saltato sul carro renziano, tanto da esserne premiato con la presidenza dell’ANCI, ha ceduto ad una giovane dinamica, bocconiana e sorridente, sia per il tripolarismo, ma soprattutto per la ricerca di un nuovo Nuovo di cui si comincia ad avvertire il bisogno”.

 

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