Populista a chi?

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VITERBO – C’è un vocabolo che ormai si è diffuso nel linguaggio e nella comunicazione quotidiana e di converso nella politica di oggi, che è il termine “ populista”, che fa il paio con “antipolitica” oppure “antisistema”.

Ha correntemente l’accezione negativa di demagogico, superficiale, reazionario, pericoloso, inaffidabile, e via elencando…

Le sue origini russe agli albori del XX secolo non interessano a nessuno, come non conta un qualsiasi costrutto ideologico o impostazione teorica e men che meno, programmatica; è un fenomeno, si dice, che interessa gli strati più bassi, in termini di cultura e di consapevolezza civica, della popolazione; riguarda le classi emarginate, una volta si diceva “subalterne”, e meno abbienti, alle prese con la crisi e con la globalizzazione.

Fenomeno destinato a rientrare non appena le cose si sistemeranno o appena la loro inadeguatezza, dei populisti, si paleserà nella sua ineluttabile evidenza. Si dice.

Ma è proprio così?

Quel che, dopo le lezioni amministrative in Italia, la Brexit inglese e poco prima in Austria l’avanzata di Hofer, in Francia delle Le Pen, per non parlare di Trump, viene definita onda populista, pone domande ed indica prospettive molto serie.

Intanto chi viene qualificato populista – antisistema non ha mai governato e quindi è oggettivamente estraneo ed incolpevole alle magagne ed alle malversazioni di chi si è succeduto alternandosi al governo del paese; ad esempio gli ultimi due più simbolici leaders italiani, Berlusconi e Renzi, ci tengono a rappresentarsi come anomali alla vecchia classe politica. Ciò da loro una immagine positiva e quindi convincente.

C’è poi la evidente constatazione che nell’ultimo quarto di secolo le diseguaglianze socioeconomiche sono aumentate a dismisura, senza che ci sia stata in proposito una denuncia, una presa di posizione, una qualsiasi seria reazione da parte di forze politiche tradizionalmente preposte alla salvaguardia dei ceti colpiti.

L’egemonia del liberismo si è affermata prima scatenando la peggior crisi di sempre, poi scaricandola abilmente su quelle classi sociali restate senza copertura politica.

I partiti tradizionali non cela fanno più ad essere credibili e ricorrono sempre di più alle coalizioni tra alternativi, alle stampelle parlamentari, ai Partiti della Nazione; trovarne le cause ed intervenire su di esse sembra essere da tempo vano esercizio: come lo è la rinuncia ai privilegi di quel ceto politico, circa mezzo milione di professionisti e semiprofessionisti della politica, contro cui i cittadini che votano, votano.

Fa veramente sorridere amaro, la propaganda al mercato di chi vive con 15/20 mila euro al mese e che è in attesa di un pingue vitalizio, alle prese con la massaia ed il pensionato al minimo che si arrabattano ad ogni fine mese. Populista, a chi?

FC (Res 22) 28.06.16

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