Scoprirsi populisti

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VITERBO – Ho vissuto i “ migliori anni” della mia vita, invero particolari ed irripetibili come furono i ’70, ancorato ad alcune convinzioni ideologiche, di cui stento oggi a trovare, nel “tepore delle loro ceneri, qualche indizio di brace”.

 

Il valore fondante del lavoro e quindi dei lavoratori rispetto all’altra componente della vita socioeconomica, cioè il capitale ed il denaro; l’ègalitè, come principio rivoluzionario dell’illuminismo francese, presupposto della libertè e della fraternitè; la partecipazione democratica alla base di ogni decisione politica; la cura quasi evangelica per gli altri e per il mondo, avuto in prestito dai nostri figli.

 

Ho assistito alla mutazione epocale di tutto ciò, nell’affermazione delle nuove e non risolte contraddizioni:lavoro/globalizzazione;uguaglianza/equità;accumulazione/distribuzione;partecipazione/decisione; libertà/liberismo; impresa/finanziarizzazione.

 

Poi all’improvviso, un po’ come tutti della mia generazione, mi sono ritrovato in pieno populismo; prima quello berlusconiano, poi quello renziano, rendendomi finalmente conto che la nostra fragile democrazia aveva subito una frattura profonda: il demos si era scisso dal kratos; popolo da una parte e governo dall’altra, con il primo disponibilissimo a trovare in un comunicatore di “sogni” come Berlusconi o in un comunicatore di “decisioni”, come Renzi, a chi affidare il comando.

 

Il Patto del Nazareno ne è sintesi mirabile e storica ed al contempo capolavoro politico cui dobbiamo la fine del periodo intermedio Monti/Letta/Bersani e la ritrovata continuità della Seconda Repubblica, che pensavamo finita con la caduta di Berlusconi.

 

L’attuale forma e sostanza del populismo non è un incidente della storia come lo è stato il Partito dell’Uomo Qualunque del secondo dopoguerra e come probabilmente sarà il Movimento 5 Stelle; esso è forma e sostanza della stragrande maggioranza delle relazioni politiche oggi praticabili tra le persone che di politica si interessano e delle poche che partecipano a determinarla con il voto.

 

Relazioni politiche intessute di appartenenze volatili, superficiali, intercambiabili, emotive; neanche più ascrivibili ai vecchi schemi trasformistici; il rapporto è oggi con il Capo, con il Padrone, come dice Eugenio Scalfari, con il leader/premier, il cui crisma risolve e legittima; i cui cerchi magici sostituiscono la catena di comando dei corpi intermedi.

 

Il suo carisma non è solo un mix di storia vissuta, capacità e fascino personali, teoria e prassi di una visione di società, ma soprattutto pervasiva e incessante comunicazione mediatica, “agenda setting”, rilancio continuo di mete, obiettivi, avversari di comodo, .

 

Come sono così presto lontane le prime Leopolda, le rottamazioni, la democrazia partecipata e deliberativa, le facce pulite, i giovanili entusiasmi, a fronte delle fusa del Gatto Alfano e del ghigno della Volpe Verdini, mentre si avviano verso il Campo dei Miracoli a seppellire gli zecchini d’oro.

 

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