A che servono le riforme di Renzi

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VITERBO – Tutto si può dire dell’attuale stagione riformistica, ma non che non sia vasta, accelerata, programmata, in una parola, vera.

 

Un decennio fa ce ne fu un’altra simile, quella di Berlusconi, che colpì l’opinione pubblica con spot televisivi molto efficaci; ricordate il timbro che stampigliava sul titolo di qualche annoso problema italiano la scritta : “FATTO ! “ ?

 

A Porta a Porta, il Cav. snocciolava un elenco infinito di riforme che avrebbero dovuto modernizzare il Paese, far uscire l’Italia dalla crisi, riconquistarci un prestigio internazionale da tempo smarrito.

 

Quella stagione si chiuse nel 2006 con il fallimento della “madre di tutte le riforme” quella della Costituzione, bocciata nel referendum confermativo del tipo che avremo, dopo 10 anni, ad ottobre prossimo.

 

Accantonando per il momento il tema costituzionale, la questione da porre è quella che riguarda le decine di leggi di riforma approvate dai governi Berlusconi e gli esiti che esse hanno prodotto in concreto sul sistema amministrativo, sul sistema socioeconomico e su quello culturale e di costume degli italiani; ed ancora se le riforme di Renzi rischiano di produrre gli stessi risultati delle altre, che credo oggi siano valutati scarsi se non nulli.

 

Le riforme si fanno con le leggi; certo anche con i comportamenti virtuosi (i dipendenti della PA), le prassi innovative (la dirigenza), le cosiddette consuetudini (i cittadini), che divengono fonti giuridiche di riferimento, se radicano culture e comportamenti nuovi.

 

Le leggi, nazionali e regionali, sono lo strumento prioritario, ma in che modo si fanno oggi le leggi in Italia?

 

Qui sta una prima inquietante analogia tra Renzi e Berlusconi; l’apparato legislativo è lo stesso; la burocrazia che esso esprime è la stessa, ed il linguaggio giuridico adottato inevitabilmente è lo stesso: prolisso, incomprensibile, sovrabbondante, inutilmente certosino e particolareggiato.

 

Le nostre leggi sono improntate storicamente al principio autoritario del “governare i sudditi”, che debbono temere la legge e le sue sanzioni, piuttosto che sul principio, mi pare lo affermasse Montesquieu, che “ La buona legge è quella che si rispetta volentieri”.

 

Per esempio la riforma Madia sulla pubblica amministrazione, importantissima perché decisiva per le questioni sin qui dette: essa ha comportato 9 decreti attuativi, che vanno dalla semplificazione dei procedimenti, al Codice Digitale; alla riorganizzazione della PA, alla prevenzione della corruzione.

 

Ebbene questi nove decreti comportano 303 pagine, formato Gazzetta Ufficiale, di norme attuative del testo della riforma.

 

Queste 303 pagine, un buon romanzo scandinavo, si aggiungono alle altre centinaia di pagine di leggi e decreti già approvati o da approvare dal governo Renzi, che si assommano alle migliaia di pagine di normative in vigore, cui vanno cumulate le altre migliaia di pagine di produzione regionale e le altre migliaia di fonte europea. (Tralascio i regolamenti)

 

Il rischio richiamato mi pare concreto.

 

Per il momento non ci resta che apprezzare il tentativo in atto, ma probabilmente per cambiare l’Italia ci deve essere qualche altro modo.

 

FC (11)

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