Verticalizzazione del Potere

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VITERBO – “Verticalizzazione del potere e catena del comando” è il titolo sontuoso della conferenza che da par suo ha tenuto ieri Giuseppe De Rita, decano Presidente del CENSIS, presso l’Università Telematica Pegasus di Roma.
L’attesa non è andata delusa perché il fluire nitido dei concetti ha fatto chiarezza sulla tendenza centralistica che da un ventennio, da Craxi a Renzi, interessa il nostro paese.
L’Italia troppo a lungo è stata dominata da un diffuso individualismo sociale organizzato da una dimensione istituzionale intermedia, fatta da partiti, sindacati, enti locali, corporazioni (stampa, professioni, arti, affari ecc.)
De Rita ha ricordato un suo colloquio con Craxi del 1978, in cui il segretario del PSI, in forte ascesa, riteneva necessari sostanziali cambiamenti nella gestione del potere, che poi la stampa indicò come “decisionismo”
Da allora, con una accelerazione costante, passando da Berlusconi a Renzi, una fase di verticalizzazione del potere ha avuto un consenso dal basso, ampio e capillare, che ha motivato e legittimato una continua disintermediazione del sistema sociopolitico italiano.
Non c’è stata poi una reazione purchessia, una forte levata di scudi, una contrapposizione argomentata, da parte di quei soggetti intermedi sopra richiamati che si sono visti mettere nell’angolo dell’ininfluenza e della marginalità politica e decisionale.
Ciò si deve proprio perché questa verticalizzazione nasce dal basso: da una parte per il fallimento dei soggetti intermedi invecchiati nei loro privilegi e nei loro rituali, dall’altra però soprattutto come risposta percepita ad una necessità sempre crescente di sicurezza e di certezza della società e del singolo individuo.
Questo hanno capito prima Berlusconi, poi Grillo e Renzi: che per avere consenso l’immagine del potere debba essere esclusiva, personalizzata, carismatica; senza apparati ne intermediazioni, piuttosto “cerchi magici” dal centro alla periferia.
Ma può reggere una catena del comando in queste condizioni?
De Rita lo ammetterebbe se però ci fosse uno stato che funzioni, una burocrazia pubblica efficiente, un tessuto connettivo socioeconomico ordinato, che palesemente non ci sono.
Il rischio è quindi che la catena di un comando verticalizzato trovi la propria forza nel cambio ad hoc delle regole costituzionali, come si sta tentando di fare, e non nella democrazia fatta di partecipazione e libertà individuale che conosciamo dalla Rivoluzione Francese in qua.
Il richiamo amaro ad una contemporaneità fatta da narcisismo, esasperazione dell’io, di egoismo e paura, è la non-conclusione sociologica che De Rita lascia a noi tutti come spunto di riflessione per una possibile risposta alternativa al presente. FC (2)

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