Biogas, Corti: “Il dott. Baldi giustamente preoccupato”

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TARQUINIA – “Ancora una volta il fantasma del botulismo (ma più un generale del rischio di diffusione nei cicli alimentari di patogeni pericolosi per animali ed esseri umani) fa saltare sulla sedia i biogassisti che sul punto reagiscono sempre in modo non proprio composto. I rischi microbiologici connessi alla produzione del biogas (attraverso lo smaltimento dei digestati sui terreni agricoli) rappresentano un punto debole del biogas.

 

Così quando il Dr. Gian Piero Baldi, medico Isde e presidente di Bio Ambiente, battagliero Comitato No biogas di Tarquinia, ha ricordato i rischi per la salute degli impianti a biogas evocando il fantasma del botulino, c’è stata una piccata risposta. Ma il polverone sollevato dal comunicato del Cib rappresenta la conferma della fondatezza delle preoccupazioni di Baldi in quanto medico e cittadino di una comunità minacciata dal biogas.

 

Gli aspetti microbiologici rappresentano un punto debole del biogas. La lobby lo sa bene. Sa che in Germania e, ancor più, in Scandinavia e Svizzera sono adottate precauzioni molto più stringenti di quelle adottate in Italia per il trattamento di sanificazione delle biomasse in entrata e dei digestati in uscita. Sa bene che il Germania si è diffusa la fermentazione anaerobica in condizioni di termofilia (che garantiscono maggiore sicurezza sull’abbattimento delle cariche patogene rispetto alla mesofilia, più facile da gestire).

 

In Italia dove il governo è più debole, l’industria del biogas non solo ha ottenuto regali più consistenti in incentivi ma è sottoposta a normative meno rigide. L’eccezione si registra quando gli interessi della lobby si sono scontrati con quelli del Consorzio del Parmigiano Reggiano. Esso ha imposto alla Regione Emilia Romagna, l’adozione della DAL (delibera assemblea legislativa) n.51/2011.

 

Cosa dice la DAL in questione? Riportiamo letteralmente: è considerato non idoneo all’installazione di impianti di produzione di energia da biogas e produzione di biometano il territorio individuato quale comprensorio di produzione del formaggio “Parmigiano-Reggiano”, produzione a denominazione di origine protetta (DOP), qualora gli impianti utilizzino silo mais o altre essenze vegetali insilate

 

Il Cib, che dovrebbe scegliersi meglio i propri addetti stampa o i propri direttori (suvvia con tutto quello che incassate…) tenda con un’operazione maldestra di confondere le carte in tavola

 

“…Gian Piero Baldi voleva forse intendere che il disciplinare di produzione vieta, da prima ancora che esistesse il biogas, l’utilizzo di insilati nell’alimentazione delle bovine da latte, per motivi legati alla qualità del formaggio e non a motivi legati alla salute dei cittadini….”

 

Ma di che cosa stiamo parlando? Ci siete o ci fate? Scopo del provvedimento della Regione Emilia Romagna era quello di impedire lo spargimento dei digestati in quanto pericolosi, tanto è vero che se è dimostrato lo spargimento del digestato al di fuori dell’area di produzione del Parmigiano Reggiano viene autorizzata la realizzazione delle centrali. Quando il Cib tenta di demolire le tesi di Baldi ricordando che le loro centrali sono state realizzate anche dentro il perimetro del Parmigiano Reggiano si tira la zappa sui piedi perché mette in evidenza come sia il digestato e non altri aspetti della produzione del biogas ad aver spinto ad introdurre una norma di protezione del formaggio DOP.

 

Il problema è che il CRPA (Centro ricerche sulle produzioni animali) di Regigo Emilia, sulla base di prove sperimentali, ha evidenziato il rischio di arricchimento nei digestati residui della fermentazione anaerobica di silomais e reflui zootecnici con spore di Clostridi. I Clostridi sono batteri anaerobici partecipi dei processi degradativi che precedono la fase di attività dei batteri metanigeni. Tra i Cloistridi, batteri sporigeni anaerobici obbligati, ve ne sono parecchie specie patogene per l’uomo e gli animali domestici. Ma anche dannose per l’industria casearia. Nella fattispecie il Clostridium tyrobutyricum, agente del gonfiore tardivo dei formaggi, molto temuto dai caseifici del Parmigiano Reggiano. Le sue spore dopo mesi dalla produzione della forma di formaggio iniziano a germinare e a produrre come risultato delle fermentazioni CO2, che con la pressione prodotta dal gas crea grosse cavità nella pasta sino a far “scoppiare” le forme. Nel caso del Clostridium tyrobutyricum una lobby è stata capace di far valere il principio di precauzione.

 

E nel caso di altri Clostridi cosa succede? Nei digestati possono, come prevedibile, trovarsi altri Clostridi. Tra questi è comune C. perfringens ma sono stati rinvenuti C. tetani e il temuto Clostridium difficile (negli ospedali si trovano affissi avvisi che raccomandano la massima igiene come prevenzione dell’infezione). Questo clostridio produce due citotossine (A e B), la B è potentissima e agisce a livello intestinale.  Ancor più temibile è il C. botulinum sul quale ha messo in guardia il Dr. Helge Boehnel, specialista di botulismo. In Italia è stato oggetto di derisione e qualcuno ha parlato di “leggenda metropolitana”.

 

Ma in uno studio recente (“Detection of pathogenic clostridia in biogas plant wastes” in: Folia Microbiol. 60, 2015:15-19) eseguito da ricercatori dell’Istituto di Batteriologia e Micologia della Facoltà di Medicina Veterinaria di Lipsia eseguito su campioni di oltre duecento digestati da impianti di biogas tedeschi il C. botulinum è stato rinvenuto. I clostridi rinvenuti nei digestati erano i seguenti: C.perfringens, C.bifermentans, C. tertium,  C.butyricum,  C. glycolicum, C. sordellii, C. cadaveris, C. paraputrificum, C. baratii, C. subterminale,  C. botulinum. Producono pericolose neurotossine C. botulinum, C. butyricum and C. baratii. A differenza del C.perfringens che appare molto comune (58% dei campioni), il C. botulinum è più raro (2% dei casi) ma c’è. Gli autori dell’articolo, preoccupati per la salute degli animali concludevano:

 

“Il rinvenimento di Clostridi patogeni nei digestati residui dalla produzione del BIOGAS evidenzia come questi impianti possono rappresentare un RISCHIO BIOLOGICO. I Clostridi possono costituire un serio problema per la salute quando i digestati sono sparsi sul terreno arativo come fertilizzante”

 

Negare il nesso tra biogas e pericolosi clostridi è impossibile. E quando il Cib ricorda che il C. botulinum può essere veicolato da carcasse di piccoli animali o da foraggi da esse contaminati resta da chiedersi: “d’accordo ma questi animali dove si sono infettati?”. Nessuno potrà mai dimostrare che una spora di C. botulinum presente in un terreno (e in grado di contaminare un piccolo animale) si sia sviluppata in un impianto a biogas ma il fatto che a Trebaseleghe in provincia di Padova ci sia stata una epidemia di botulino che ha provocato la morte di 50 vacche da latte è giusto ricordare che intorno ci sono quattro centrali a biogas.

 

Maldestro anche il tentativo di negare che il digestato possa rappresentare un rifiuto. La centrale di Tarquinia in progetto non tratterebbe biomasse “vergini” ma rifiuti (Forsu) e un digestato residuo dalla digestione anaerobica di matrici classificate rifiuto è inequivocabilmente un rifiuto.

 

Le belle parole che presentano il biogas come la panacea di ogni male non riescono a nascondere i fatti: il biogas presenta impatti che per l’ambiente e la società non compensano i presunti vantaggi. Come ammettono (in privato) i biogassisti tutto si giustifica solo con gli (alti) incentivi”.

 

Prof. Michele Corti (foto)
Presidente del coordinamento nazionale Terre Nostre dei comitati no biogas no biomasse e per la tutela della salute e dell’ambiente. Consigliere del Coordinamento Nazionale Pesticidi No Grazie (con sede a Verona)  Fondatore di numerose associazioni (associazione agricoltori lombardi – ALA, associazione culturale padano-alpina – ACPA, società per lo studio e la valorizzazione dei sistemi zootecnici alpini – SOZOOALP, amici degli alpeggi e della montagna – AMAMONT, associazione lombarda per la didattica in agricoltura ALDA, associazione pastori i (ora lombardi), associazione per la tutela delle razze autoctone a rischio di estinizione RARE).

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