“Dopo Civita, c’è anche una Viterbo che muore”

0

VITERBO – “Dopo Civita, c’è anche una Viterbo che muore. Le foto mostrano un esempio: un palazzo di diversi secoli, nel totale abbandono, deturpato dalle insegne di decine di associazioni che hanno attaccato i loro cartelli alla meglio, dove anche Enel e Telecom hanno posizionato i loro contatori, per i quali un “attento” impiegato o dirigente comunale ha rilasciato il previsto permesso e un altrettanto attentissimo politico ha fatto il controllore in favore della sua città… D’altronde si sa, quando sei un dipendente o dirigente comunale non ti licenzierà mai nessuno, la colpa si perde nei meandri della burocrazia e si è sempre fatto così..

 

In queste foto ed in queste parole è racchiuso il riassunto del nostro attuale stato di “grazia”, c’è scritto il perché della nostra mancata crescita, perché, in sintesi, abbiamo una classe politica che è espressione di incapacità, incoerenza e inefficienza. Come noi stessi, rimasti ancora ai fasti dell’antica Roma. Davanti ad uno scempio simile – ma ce ne sono altri di pari, se non peggiore, entità – come si fa (anche se non si fa ed è maleducazione) a non sputare in terra quando passa questo o quel politico che, fino a due anni fa, ti dava pacche sulle spalle, promettendo e assicurando che avrebbe cambiato il mondo? Ora è lo stesso che ti dice che lui non può fare nulla perché la colpa è di quelli di prima, che ha le mani legate, che non può parlare, che magari è meglio poco che nulla, che magari è meglio tenere quello che si ha e che la burocrazia uccide tutto. Voi conosceta la storia di questo monumento?

 

Dentro Porta San Pietro c’è il Palazzo dell’Abate. Fu fatto costruire all’inizio del 1400, dai monaci di San Martino che qui si venivano a rifugiare quando c’era qualche guerra o era troppo pericoloso restare nella loro abbazia. Nel 1564, quando il fratello del papa e sua moglie, Donna Olimpia Maidalchini, diventarono principi di San Martino, anche il Palazzo dell’Abate diventò di loro proprietà. E la piccola fontana che attualmente vedete fuori porta, in antichità era posizionata dove attualmente vedete quel mucchio di scatole e fili elettrici.E’ di pochi giorni fa la notizia dello scempio perpetrato in via san Leonardo 23, dove sono scomparsi per sempre degli affreschi, o ciò che ne restava, del ‘400. A denunciare il fatto, tirando in ballo anche la Procura della Repubblica, il giornalista viterbese Mauro Galeotti. Scomparsi grazie a un sindaco e ad un dirigente comunale che evidentemente non hanno preso troppo sul serio l’accorato appello di uno dei nostri primi difensori del patrimonio viterbese..

 

Ora ancora inermi, stiamo assistendo a un altro scempio nei confronti della nostra Città. Ma per quanto ancora dobbiamo sopportare queste cose? E le vostre promesse elettorali? Le coccole alle fontane, la cultura? Si si, va bene, ci direte: una serie infinita di difficoltà, vi siete trovati una situazione difficile, Esattorie che vi ha messo in difficoltà, le partecipate, Francigena che cade a pezzi, le bollette pazze, l’arsenico, la figlia di quello con la varicella, i consigli comunali che li fanno durante l’orario di lavoro, il nonno con la stipsi, la monnezza che non si raccoglie da sola ecc ecc. Tutte ragioni valide. Perché ormai qui, hanno ragione tutti. E Viterbo, giorno dopo giorno, diventa sempre di più un morto che cammina. Grazie a tutti i dirigenti, ai politici, ai commessi, alla giunta tutta per la vostra magnifica e munifica partecipazione alla cosa pubblica. Buon caldo”.

 

Lucio Matteucci

 

Commenta con il tuo account Facebook
Share.

Comments are closed.