Il museo Colle del Duomo custodisce un tesoro

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VITERBO – Il museo Colle del Duomo custodisce un tesoro. E’ una tavola dipinta raffigurante la crocifissione di Cristo. Al di là delle analisi scientifiche ancora in corso, resta tutta la preziosità di questo dipinto che sta a Viterbo almeno dal 1725. Non è mano di Michelangelo ma sarebbe opera dei suoi allievi.

 

Gli esperti di Beni Culturali dell’Università della Tuscia hanno eseguito, e lo stanno ancora facendo, innumerevoli controlli sul dipinto e verifiche storiche ma può essere vero, come afferma la professoressa Simona Rinaldi di Beni Culturali, che l’opera sia una derivazione dai disegni michelangioleschi, utilizzati da seguaci e colleghi.

 

La prof. Simona Rinaldi ricostruisce il percorso delle ricerche avviate nel corso delle lezioni di Museologia presso l’Università della Tuscia. Il punto di partenza era superare l’idea che il dipinto fosse opera di Michelangelo, insostenibile dal punto stilistico e tecnico, e senza alcun fondamento storico. Furono quindi dapprima presi in esame gli studi di Antonio e Maria Forcellino (2010) sulle Crocifissioni dipinte da Marcello Venusti e tratte da disegni michelangioleschi, e poi il saggio di Maia Wellington Gahtan (2012) sulle testimonianze letterarie del Seicento e del Settecento su un “famoso crocifisso” michelangiolesco, presente a Napoli e poi giunto nella collezione di Luciano Bonaparte a Canino. L’incisione del 1812 testimonia che non si trattava del dipinto del Museo del Colle, la cui provenienza è attestata a Viterbo almeno dal 1725, e si mantenevano aperti numerosi quesiti irrisolti, cui le ricerche oggi presentate tentano di dare una prima risposta.

 

La dott.ssa Claudia Pelosi , anche lei di Beni Culturali dell’Università della Tuscia, ha condotto indagini diagnostiche di tipo non-invasivo condotte sul dipinto, insieme con la dott.ssa Giorgia Agresti, dal Laboratorio di Diagnostica per la Conservazione e il Restauro “Michele Cordaro” dell’Università degli Studi della Tuscia (Direttore: Prof. Ulderico Santamaria). La riflettografia infrarossa ha permesso di osservare come i capelli dei due ladroni siano meno definiti e folti rispetto al visibile. Ulteriori e più specifici dettagli della parte bassa sono poco apprezzabili a causa dell’impiego di colori scuri nel fondo. Il particolare che più risalta alla vista è che il volto della Maddalena appare abbozzato molto grossolanamente.

 

La fluorescenza indotta evidenzia la presenza di numerose micro e macro lacune, probabilmente “chiuse” in occasione di un restauro. Collocate su tutta la superficie del dipinto, sono ben riconoscibili poiché si mostrano in forma di aree dai contorni irregolari o linee, entrambe contraddistinte da un colore molto scuro. La stessa tecnica, inoltre, rileva alcuni particolari non ben distinguibili nel visibile quali il manto della Vergine dietro al lato destro della croce e il volto della Maddalena. Questo, in particolare, appare con caratteri più maschili rispetto all’immagine nel visibile, la forma del viso appare più smagrita, i capelli sembrano cadere sulle spalle in maniera più definita e chiara ed anche il collo, per un gioco di ombre, sembra mostrarsi più snello.

 

L’analisi XRF ha permesso di riconoscere gli elementi chimici impiegati nella tavolozza pittorica e negli strati sottostanti. Tutti gli elementi chimici determinati riconducono a pigmenti pertinenti il periodo storico di attribuzione del dipinto (pigmenti a base di piombo quali biacca, litargirio, minio), pigmenti a base di ferro (ocre) e pigmenti a base di mercurio (cinabro/vermiglione).

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