“Senza cultura classica l’uomo è destinato a morire”

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Massimiliano Chindemi

 

VITERBO – Il mondo dei classici e quello dei social media costituiscono realmente due universi opposti? Può uno di questi due ambiti escludere l’altro nella società attuale? Ma soprattutto, quale ruolo è in grado di rivestire la cultura classica in un mondo incentrato sulla velocità, sul materialismo e sull’istantaneità delle forme comunicative?

 

Quesiti di notevole interesse e di disarmante attualità quelli appena esposti, su cui si è avuto modo di dibattere nel corso del convegno organizzato in occasione del “Certamen Viterbiense” dal Liceo Classico “Mariano Buratti”, svoltosi venerdì pomeriggio presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi della Tuscia.

 

A fare gli onori di casa è stato il Rettore dell’Ateneo viterbese, prof. Alessandro Ruggieri: “In un mondo in cui la cultura classica appare essere sempre più marginale – afferma – l’essere testimone del successo riscosso dal Certamen Viterbiense, giunto ormai alla sua XX edizione, è per me motivo di orgoglio e speranza per il futuro”.

 

certamen 1

 

Rimane in ogni caso, come sottolineato dallo stesso rettore Ruggieri, la difficoltà della cultura classica a farsi largo in un mondo che, anche a livello scolastico, sembra essere sempre più indirizzato ad accantonare l’area umanistica, in favore di una contemporaneità sterile, meccanica e fine a se stessa.

 

“Velocità e competitività – fa notare Clara Vittori, Dirigente del Liceo Ginnasio Mariano Buratti – sono i due grandi miti della società moderna, che sembrano ormai aver contaminato anche il mondo dell’istruzione. Alla luce di ciò la formazione classica appare, erroneamente, polverosa, lenta e non in grado di essere al passo con una società basata su forme comunicative sempre più rapide. Da qui la necessità di ritrovare un equilibrio tra questi due opposti, soprattutto in ottica di un universo scolastico sempre più proiettato verso una cultura fondata sulla praticità. A mio avviso le condizioni per creare una scuola buona e giusta ci sono e risiedono nella capacità di sapersi confrontare. Un aspetto, in ogni caso, sembra essere più che mai assodato: le relazioni fisiche e intellettuali caratterizzanti la nostra società non possono e non potranno mai essere sostituite dai sistemi informatici; e la scuola, in questo senso, non fa certamente eccezione”.

 

La platea

La platea

 

Ed è proprio sulla necessità di preservare le relazioni intellettuali e le materie classiche che Mauro Tulli, Professore di Letteratura Greca presso l’Università di Pisa e Presidente della Consulta Universitaria del Greco, decide di improntare il proprio intervento partendo dal concetto di “buon cittadino” di Socrate, per poi proporre alla nutrita platea diversi spunti di riflessione: “A mio avviso – sottolinea – la vocazione umanistica è fondamentale ai fini di una coscienza critica da cui possano scaturire spunti utili alla modernità e al progresso. A questa convinzione si contrappone però la struttura di un mondo universitario che trova difficoltà ad affermarsi all’interno delle dinamiche del Paese. In questo scenario si ha pertanto la necessità di trovare dei punti fermi; a tal proposito, occorre chiarire che chi pensa di poter fare a meno del latino e del greco non Liceo Classico si sbaglia di grosso. Il nostro Paese deve battersi e garantire la conservazione di queste due materie, indispensabili per la rinascita degli Stati europei. La lingua latina e greca possono infatti apportare nella mente dei giovani quelle capacità combinatorie tipiche delle materie scientifiche, acquisibili attraverso l’interpretazione di più sequenze all’interno di un testo. La tenuta della traduzione è dunque fondamentale alla fine del conseguimento delle strutture logiche di fondo, che ogni giovani potrà portare con sé in ogni percorso di formazione che sceglierà di intraprendere dopo il liceo. Un gioco, quello della traduzione, che consente tra l’altro a chi lo intraprende di viaggiare nel tempo e di immergersi in dinamiche storiche del passato. In tale contesto la didattica in presenza risulta ovviamente insostituibile, poiché i processi di trasmissione raggiungono il proprio apice solo attraverso un confronto diretto tra docente e allievo.

 

Sulla stessa lunghezza d’onda si pone anche Giulio Ferroni, Professore emerito di Letteratura Italiana presso L’Università La Sapienza di Roma: “Perdere la cultura classica in vista di un potenziamento delle capacità tecnologiche – afferma – equivale letteralmente a un suicidio, poiché tale operazione metterebbe a rischio l’esistenza dell’orizzonte critico. La comunicazione e l’immediatezza sono importanti, certo, ma non sono tutto; è pertanto necessario mantenere in vita gli studi classici, poiché solo tramite essi si potranno rendere i giovani consapevoli del senso della distanza derivante dalla storia; un senso, questo, indispensabile per comprendere l’evoluzione di questo nostro mondo”.

 

Il Professor Ferroni prosegue il suo appassionante intervento con la lettura di alcuni versi di Umberto Saba, attraverso cui il poeta invita a considerare quanto l’uomo abbia faticato per ottenere successi anche nelle piccole e con quanta leggerezza, lo stesso uomo, non esiti puntualmente a disdegnare quanto in suo possesso.

 

Il riferimento, nel caso specifico, è al patrimonio culturale umanistico e non solo. “Come potremmo mai rapportarci alla musica o all’arte – afferma Ferroni – senza la letteratura e la storia? Come vedete è indubbio che viviamo in una società di falsi miti: si dice che la scuola italiana non fornisce le dovute competenze agli studenti, ma poi assistiamo a giovani che vanno all’estero e riscuotono successo. Per non parlare poi di chi afferma che chi frequenta il liceo classico non è in grado di rapportarsi con le materie scientifiche. Alla luce di queste distorsioni è necessario difendere la letteratura e la cultura classica; ma, soprattutto, dobbiamo fornire degli antidoti verso i pericoli che sono all’orizzonte delle giovani generazioni. Se perdiamo la continuità con il passato rischiamo di andare incontro all’illusione di un movimento senza fine incentrato sulla velocità. Abbiamo pertanto bisogno di mantenere la nostra coscienza, ovvero, l’unica essenza che può garantirci la possibilità di mantenerci integri nel momenti di lentezza”.

 

Concetti, questi, condivisi anche da Felice Grandinetti, Professore Ordinario di Chimica Generale ed Inorganica presso l’Università degli Studi della Tuscia, fulgido esempio di come la formazione classica non pregiudichi in nessun modo un futuro lavorativo basato sulle discipline scientifiche

 

“Le competenze acquisite nei miei anni di studio al liceo classico – osserva Grandinetti – sono state preziose. Quattro, in particolare, le abitudini specifiche da me acquisite: l’andare al di là della forma cogliendo la sostanza delle cose;il saper contestualizzare un’informazione; il saper leggere l’informazione acquisita da tanti punti di vista; il saper dare all’informazione stessa una collocazione storica. L’invito che rivolgo ai giovani è pertanto quello di non perdete l’abitudine alla traduzione, poiché attraverso essa saranno in grado di manterrete l’abitudine a ricercare e a interpretare le varie fonti di ogni informazione”.

 

Testimonianza, questa a cui si affianca quella di Bartolomeo Schirone, Professore ordinario di Selvicoltura e Assestamento Forestale presso l’Università degli Studi della Tuscia, che sottolinea l’impossibilità di studiare l’ecologia senza un’adeguata ottica storica, essendo il presente prodotto diretto delle vicende del passato.

 

Il pubblico in sala

Il pubblico in sala

 

La discussione sulla cultura classica attraversa a questo punto l’Oceano Atlantico sino ad approdare negli Stati Uniti, da dove è in collegamento Emanuele Berti, Professore associato di Astrofisica presso l’Università del Mississippi. Il prof. Berti, sorianese doc ed ex studente del Liceo Classico Buratti, manifesta l’esempio dell’apprezzamento riscosso dalle menti italiane all’estero ma soprattutto, intende rappresentare un ulteriore esempio di come studi classici e scientifici siano più affini di quanto si pensi: “Dagli studi umanistici – afferma Berti – ho appreso la capacità di imparare. Quando iniziai l’università non nascondo di aver avuto delle difficoltà ad approcciarmi a materie totalmente differenti da quelle umanistiche; ma il mettermi continuamente in discussione mi ha aiutato a superare gli scogli iniziali. Affermare che gli studi umanistici non consentono di approcciarsi a studi e dinamiche di natura pratica non è dunque assolutamente vero, A mio avviso la cultura classica è l’unica che consente all’individuo di poter avere coscienza di sé e di acquisire uno sguardo critico sulle cose”.

 

Emanuele Berti, Professore associato di Astrofisica presso l’Università del Mississippi

Emanuele Berti, Professore associato di Astrofisica presso l’Università del Mississippi

 

Particolarmente brillante e coinvolgente l’intervento Emanuele Trevi, scrittore e critico letterario, che fa ragionare la platea sul tema della lunghezza temporale dei concetti; una lunghezza che, come afferma Trevi, “non può essere espressa dalla semplice durata, bensì dall’efficacia dei concetti espressi”. Un vero e proprio elogio della filologia, dunque, inteso come viaggio destinato a preservare la cultura classica dallo scorrere del tempo, ovvero, a interpretare i grandi monumenti del passato, destinati a cadere nell’ignoto se non verranno salvati per tempo proprio dalla filologia.

 

A chiudere la serie degli interventi è Roberto Nicolai Mastrofrancesco, Professore ordinario di Letteratura Greca presso l’Università La Sapienza di Roma il quale, partendo da un passo di Isocrate, estrae la differenza esistente tra formazione ed educazione. Dopo una breve considerazione sull’attuale riforma della scuola, definita “un provvedimento di reclutamento circondato da parole” Nicolai pone l’accento sull’importanza del linguaggio: “Il linguaggio e la sintassi – afferma – sono alla base di ogni conoscenza. In merito ai classici è bene invece sottolineare come la loro lettura non debba essere considerata come una semplice attività finalizzata all’acquisizione dei contenuti, bensì un’opportunità di arricchire il nostro mondo emotivo. In base a ciò ritengo che gli attuali teorici della formazione debbano essere messi senza dubbio da parte. Le continue riforme più o meno innovative non servono a nulla. Cosa occorre dunque alla scuola per rinascere? Semplice. Ripartire dai testi. In questo modo forse si potrà tornare a un’educazione che sia effettivamente in grado di formare i cittadini”.

 

La conclusione dei lavori, degna di ammirazione, è affidata al Professor Mauro Tulli, che racchiude le conclusioni del dibattito incentrato su “Lo studio dei classici al tempo dei social” con un ragionamento illuminante: “I social hanno il grande merito di riuscire a mettere in comunicazione ognuno di noi con ogni parte del mondo. Ciò su cui si hanno però spesso delle perplessità è il contenuto della comunicazione. Ed è proprio qui che entrano in gioco i classici. Per poter affrontare una traduzione dal latino o dal greco c’è bisogno di tempo e di silenzio; dalla fusione di questi due elementi la mente umana si allena a ragionare, generando un pensiero. Occorre pertanto far riscoprire i concetti di tempo e di silenzio a una società sempre più veloce e caotica, in modo da poter recuperare quell’entità di pensiero necessaria per poter imbastire una comunicazione efficace”.

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