San Pellegrino in Fiore: la mostra Bianco/4 nel Chiostro Longobardo

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VITERBO – “Sono quattro, come i quattro lati del magnifico Chiostro Longobardo di Santa Maria Nuova che li accoglierà con la loro mostra contemporanea di arte visiva: “Bianco/4” di Maria Grazia Tata, Maria Pizzi, Massimo de Angelis (DE Mas) Luigi Riccioni, presentata dal critico d’arte Enrico Anselmi, che si terrà dal 29 aprile al 15 maggio, e inserita nel programma di eventi di San Pellegrino in Fiore.

 

Un appuntamento, quello con la trentesima edizione della popolare kermesse floreale, che i quattro artisti non hanno voluto perdere, consapevoli che si tratta di un momento significativo nella storia della tradizione cittadina, forte richiamo per tantissimi turisti, ma anche per gli stessi viterbesi.

 

“Bianco/4” un nome non a caso. Bianco è lo spazio neutro in cui incontrarsi, arrivando da direzioni diverse dei propri cammini di crescita artistica. Bianco è il lampo dell’intuizione che all’improvviso irrompe nella quiete della ricerca per trasformarsi in opera. È un luogo d’incontro concluso, come può esserlo un quadrilatero confinato, e quindi il chiostro longobardo di Santa Maria Nuova, un pacifico agone di comparazione tra quattro produzioni artistiche sedimentate nel corso del tempo e dell’azione. Quattro personalità, condizionate dal peculiare percorso di ricerca, hanno istituito una contemperazione dialettica senza minare i propri punti fermi, i linguaggi, i materiali, le forme espressive. Bianco/4 si compone di movenze figurative non canoniche grazie alla produzione di Massimo De Angelis e di Luigi Riccioni, che si allontanano dal naturalismo mimetico per avocare la valenza allusiva dell’oggettività.

 

Le opere di Maria Grazia Tata si caratterizzano per essere testimonianza di una ricerca eidetica, la ricerca conoscitiva di forme archetipiche. Sommatoria di assemblaggi oggettuali ed evocativi della natura, sembrano essere finalizzate nel contempo a ravvisare la natura stessa delle cose. In Bianco/4 si affiancano a tali forme espressive le video installazioni di Maria Pizzi che indaga sulle fragilità umane con lucida e ferrea manipolazione delle immagini, immagini dirette o mediate, osservate e fotografate messe in moto accelerato o asincrono. La sua prospettiva originale, travisa il vissuto in declinazioni visionarie, frequentando un genere, fatto di ‘cartoni inanimati’, sondato nei suoi estesi sviluppi potenziali.

 

De Angelis fraziona il supporto bidimensionale in campiture algide e abbacinanti. Giustappone supporti, sezioni, oggetti trovati, frammenti, linee grafiche e inchiostrate che delimitano e incidono. Pittura e polimaterico si contendono alla pari spazio ed esiti icastici. Decontestualizzata è l’eco dell’objet trouvé di ascendenza neo-surrealista che viene piegata in direzione di raggiungimenti estetici perseguiti con coerenza di segno. In un linguaggio allusivo l’artista spiega vele di imbarcazioni mitologiche, di legni ammarati da viaggiatori in diuturna ricerca di un approdo, l’eterno approdo dei nostoi e delle imprese eroiche. Eroiche e tragiche vele per i contemporanei viaggiatori in vista di una nuova e libertaria linea dell’orizzonte.

 

Riccioni incide, scolpisce e dipinge scomparti lignei sui quali campeggiano figure antropomorfe. Disarticolate nella progressione attraverso lo spazio, compiono azioni e gesti che sono epifania delle disarticolazioni etiche, delle fragilità ontologiche dell’uomo, delle sue defezioni connaturate al nascondimento.

 

Le sagome fluttuano in spazi depauperati da processi di ablazione, di sottrazione, sconnesse e claudicanti, o aeree e liquide. Il chiarore degli aggetti istituisce dialettici raffronti con le superfici incavate e incise da cromie ottuse. Liberazione onirica e raffronto impietoso caratterizzano l’incontro con tali ospiti inattesi che rimandano deformato verso l’osservatore il suo stesso sguardo incidente.

 

Pizzi opera sezionando l’immagine. Veicola e dinamizza, spezza, frantuma, accelera l’andamento delle sequenze, dei montaggi, delle fotografie riprese nei video e restituisce una personalissima visione dell’uomo e della sua esistenza. Pantomima, assurda e macabra, è la vita. Ludica e irriverente è l’azione dell’artista che rielabora visioni da neo-avanguardie filtrate con disincanto post-tecnologico. La narrazione si compone per gradi, sincroni o come sequenza di intuizioni, di precognizioni, di sedimentazioni filtrate dalla memoria attraverso riprese volutamente asintattiche e lontane dalla perfezione. Luogo mentale è lo schermo, è la superficie usati come medium di proiezione dove si introiettano moti, immagini, sensi estremizzati in una sarabanda macabra, in una ludica nenia.

 

Tata indaga sulla natura, sull’ontologica sacralità racchiusa negli oggetti di natura, e nella fusis delle cose, che trattengono un ancestrale e atavica verità. Lo fa servendosi di un linguaggio poetico e assorto: rarefazione lirica.

 

Ierofanica è la ricerca intellettuale condotta dall’artista, ricerca che si riappacifica con l’Essere e con le sue manifestazioni, ricucendo, tessendo, costruendo icone che raccolgono il senso della riconciliazione, del risarcimento, senza più soluzioni di continuità tra l’individuo e il luogo da colonizzare. L’arte diventa pertanto una disciplina etica che traccia la via della conoscenza alla quale arrivare attraverso la rivelazione di se stessi, il riconoscimento di una o più parti del sé”.

 

Ente autonomo San Pellegrino in Fiore

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