Un rapido viaggio nella mente del cane: la sua coscienza

0

VITERBO – Noi italiani, usiamo spesso, ed in maniera decisamente impropria, l’espressione “ti sei comportato come un cane” per denigrare il comportamento di qualcuno che ci ha ferito. Se solo riflettessimo un istante prima di pronunciare questa stereotipata eresia, ci renderemmo conto che se il nostro interlocutore si fosse veramente comportato “come un cane”, la nostra storia non potrebbe che aver avuto un festoso “lieto fine”.

 

Al tempo stesso, “che vita da cane!” è l’espressione classica italo-francese per indicare una vita orrenda e piena di tormenti. Ma la complicata personalità del cane, va ben oltre i detti ed i proverbi, essa riassume in se centinaia di fattori altamente volubili e difficilmente elencabili, risulta diffusamente discussa e spesso interpretata soggettivamente, a seconda delle razze, dell’ambiente di vita e dei fattori esterni.

 

Un ruolo fondamentale nei distinguo della personalità, viene senza dubbio svolto dalla sua “coscienza”.

 

Essendo la “coscienza” alla base di ogni discussione riferita all’anima e strettamente legata ad ogni sua sfaccettatura, ritengo sia di enorme rilevanza, ai fini della comprensione di questo libro, approfondire in maniera più analitica l’argomento: avendo profonde origini nella psicologia popolare, la “coscienza” racchiude un gran numero di interpretazioni che potrebbero non essere solubili in un unico concetto coerente. Tuttavia nel tempo, sono state fatte alcune distinzioni utili tra le diverse nozioni di coscienza canina e, con l’aiuto di queste, risulta possibile ottenere un po’ più di chiarezza in merito alle questioni più importanti che ancora attanagliano la coscienza del cane.

 

Due sono principalmente i sensi ordinari di coscienza nel cane: coscienza fenomenica e coscienza di sé. La Coscienza fenomenica: si riferisce alla qualità soggettiva, esperienziale o agli aspetti fenomenologici dell’esperienza cosciente, spesso identificata con il termine “sensibilità”, dettata dal punto di vista esclusivo che i cani esercitano sui propri processi percettivi, cognitivi ed emotivi.
La coscienza di sé: si riferisce alla consapevolezza di un cane esercitata sul proprio corpo come un oggetto fisico, o come mezzo della propria percezione e azione, come consapevolezza dei propri stati mentali o come la consapevolezza di sé che viene percepita dagli altri, intesi come branco o gruppo sociale.

 

La coscienza animale, nella tradizione occidentale, affonda le sue radici nelle antiche tesi circa la natura degli esseri umani stessi, il tutto ampiamente filtrato attraverso la filosofia “moderna” di Cartesio.

 

Sebbene possa sembrare del tutto anacronistico parlare ora di coscienza animale, utilizzando i dettami della letteratura antica, tuttavia, ancor oggi, il pensiero che la coscienza sia un fenomeno mentale esclusivamente umano, vive giorni felici; risulta quindi importante, capire le origini dell’idea che gli esseri umani non siano qualitativamente diversi dai cani.

 

Aristotele afferma che solo gli esseri umani hanno avuto in dono le anime razionali, mentre quelle di tutti gli animali, sarebbero dotate solo di istinti adatti al successo della loro riproduzione e della sopravvivenza.

 

Sorabji sostiene dal canto suo che la negazione dell’anima del cane, ha creato una forte crisi all’interno del pensiero animale, pertanto, richiede obtorto collo una ulteriore “rianalisi sull’esistenza dell’anima” e una drastica revisione nel modo di pensare all’uomo inteso come occupante del gradino più alto della natura ben al di sopra degli animali “.

 

Questo argomento, purtroppo, resta ancora con noi 25 secoli dopo e, come si può notare, il grande interrogativo dell’essere derivato da una precisa interpretazione paleocristiana-aristotelica dell’anima, fornisce ancora una grande influenza sul dibattito animale.
Due millenni dopo Aristotele, la filosofia meccanicistica di Cartesio introdusse una idea innovativa per spiegare il comportamento degli cani. Anche se la sua concezione si limitava ad inquadrarli come bestie senza capacità intellettuali è importante riconoscere che essa sia perfettamente adeguata per spiegare la sensazione, la percezione e gli aspetti del comportamento dei cani che oggi sono spesso associati con la coscienza.

 

Cartesio praticò e sostenne la vivisezione, affermando che, per la comprensione della coscienza dei cani, tutti coloro che li avessero uccisi ai fini scientifici, sarebbero stati assolti da qualsiasi colpa. I Meccanicisti, suoi seguaci (ad es Malebranche), continuarono ad usare la teoria di Cartesio; non attribuendo di fatto la coscienza e l’anima ai cani e, convinti che gli animali non fossero in grado di provare sofferenza o emozioni, continuarono a giustificare e praticare la vivisezione e altri trattamenti brutali. Pochi barlumi di approcci sperimentali mirati espressamente al riconoscimento della coscienza dei cani, possono essere ricondotti solo al tardo 18 ° secolo (ad esempio, Barrington 1773 o Bianco 1789).

 

Subito dopo, Frédéric Cuvier, lavorò dal 1804 fino alla sua morte nel 1838, alla ricerca di una coscienza ed allo sviluppo del comportamento sessuale e sociale in cattività. Entro la metà del 19 ° secolo Alfred Russel Wallace (1867) sostenne esplicitamente un primo approccio sperimentale al comportamento animale legato all’anima.

 

Douglas Spalding (1872), condusse importanti esperimenti sui comportamenti alimentari istintivi. Il lavoro di Spalding, risulta di particolare interesse, in quanto può di fatto considerare come un primo contributo alla discussione sull’istinto legato alla ragione.
Nella stessa ottica di istinto contro ragione, Darwin nell’L’origine delle specie, scrive: “E ‘un fatto significativo, che le abitudini di ogni cane, vengano studiate da un naturalista, tanto più che egli attribuisce alla ragione, l’istinto disimparato. Egli ha dedicato notevole attenzione alla coscienza del cane e degli animali in genere, e nell’L’origine dell’uomo dimostra per primo, la continuità mentale tra le specie. L’idea della continuità e della flessibilità comportamentale sostenuta da Darwin, risultò poi fondamentale ai fini della discussione sulla coscienza animale.

 

Conwy Lloyd Morgan nel suo libro del 1894 An Introduction to Comparative Psicologia, fu molto scettico e critico nei confronti delle teorie di Darwin. Per affrontare quello che lui stesso definiva “il deficit metodologico” introdusse il suo particolare metodo “doppia intuizione” per comprendere gli stati mentali dei cani. La doppia intuizione si basava sulle interferenze induttive basate sull’osservazione del comportamento animale combinato con la conoscenza introspettiva delle nostre menti; questo principio è ormai noto come “il canone di Morgan”: “in nessun caso possiamo interpretare un’azione come il risultato dell’esercizio di una maggiore facoltà psichica, se essa può essere interpretata come il risultato dell’esercizio di quella stessa che si trova più in basso nella scala psicologica”.

 

Il comportamentismo e la coscienza canina, cominciarono a dominare la psicologia americana nella prima parte del 20 ° secolo a cominciare dal 1911 con gli esperimenti di Thorndike sugli cani e sul loro apprendimento. Allo stesso tempo, le cose procedevano piuttosto diversamente in Europa; quì gli approcci etologici al comportamento dei cani erano più dominanti. L’Etologia, rivolta con particolare attenzione alla ricerca della scienza sperimentale, condotta sugli animali in cattività, erano infatti i principali punti di forza degli europei Konrad Lorenz e Niko Tinbergen. I comportamenti “innati” furono il vero fulcro del lavoro di Lorenz. Secondo lui, la ricerca dei comportamenti innati di specie affini, poneva lo studio del comportamento animale alla pari con le altre branche della biologia evolutiva e dimostrò con questo, che era possibile ricavare le relazioni filogenetiche tra le specie, soltanto confrontando il loro comportamento istintivo.

 

L’evoluzione delle ricerche, ad onor del vero, dai tempi di Lorenz non ha registrato grandi passi avanti e, per attribuire una parvenza di “coscienza” al cane, si dovrà aspettare il 1999, quando una task –force di scienziati americani, a seguito di vari test e riscontri puramente scientifici, ha decretato al nostro miglior amico, la tanto desiderata predisposizione antropologica.

 

La tutela giuridica degli animali in Europa subì un significativo sviluppo solo alla fine del XX secolo. Sia il Codice Zanardelli (1889) che il Codice Rocco (1930), non consideravano l’animale come essere senziente e quindi non lo tutelavano in quanto tale, ma provvedevano alla tutela dell’uomo comprendendo i reati contro gli animali tra quelli avversi alla pubblica moralità e al buon costume. Ciò al fine di evitare il sentimento di orrore che l’uomo avverte di fronte a forme di incrudelimento nei confronti di altri esseri animati. La successiva evoluzione della giurisprudenza riguardante la condizione animale evidenziò, progressivamente, l’idea che al centro della disciplina dovesse esservi l’animale, in quanto essere senziente capace di provare dolore. Il Decreto Legislativo n. 116/1992, abrogava quasi del tutto la legge di sessant’anni prima n. 924/1931 (che vietava la vivisezione solo nel caso in cui non vi fosse stata una diretta «promozione del progresso della biologia e della medicina sperimentale»), ponendo al contrario, l’accento sulla tutela del benessere degli animali da sottoporre all’esperimento.

 

La dottrina secondo cui gli animali non umani sono considerati soggetti di diritto in quanto riconosciuti come esseri senzienti (sottendendone così la dignità ontologica e giuridica), ha trovato la sua massima espressione nel Trattato di Lisbona, che ne ha introdotto il concetto inserendolo nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, all’interno della legislazione della stessa”.

 

Leonardo De Angeli

Commenta con il tuo account Facebook
Share.

Comments are closed.