VITERBO – Molto probabilmente non tutti, anzi, pochissimi sanno che la malattia del proprio cane è equiparata a quella del padrone.

L’occasione del polverone sollevato dall’impiegata dell’Università La Sapienza di Roma che ha ottenuto due giorni per stare vicino al proprio animale che doveva subire un intervento chirurgico, mi da la possibilità di ricordare a tutti che ci si puo’ assentare dal lavoro usufruendo dei tre giorni all’anno che vengono concessi per “gravi motivi personali o familiari”. I contratti collettivi offrono questo appiglio e consentono la possibilità di assentarsi appunto per «grave motivo familiare e personale» estendendo il diritto a tutta una serie di ipotesi che, seppur non elencate in modo esplicito, consentono di collegare il permesso anche a situazioni come quella dell’assistenza all’animale malato. Condizione unica, bisognerà di fatto dimostrare, con carte alla mano, che il lavoratore non ha possibilità di delegare l’incombenza ad altri familiari; dall’altro lato, chiaramente servirà il certificato veterinario che dichiari la malattia dell’animale.

A mio personale avviso, quanto sopra descritto appare del tutto fondato e pienamente legittimo, in quanto la Cassazione ha stabilito come la mancata cura di un animale configuri i reati di abbandono e maltrattamenti, quindi, non assistere il proprio animale determina di fatto reato penale, in quanto, tra parentesi, trattasi di “essere senziente” e non di puro bene materiale.

Ricordate quindi di accedere a questo sacrosanto diritto e soprattutto che chi non cura l’animale domestico ne risponde penalmente.

Leonardo De Angeli

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