«Mentre il Mondo riconosce Riace quale modello di integrazione, – afferma Battisti Bengasi – il governo italiano tenta la chiusura di un’esperienza umanitaria collettiva fino alla deportazione. Ho visto con i miei occhi i nuovi colori di Riace.

Ho ascoltato con le mie orecchie le parole del barista di Riace che afferma: “Il Sindaco è una persona onesta“. Nel cammino lungo le strette vie di quel borgo con lo sguardo che inevitabilmente viene rapito dal blu infinito dell’orizzonte marino ho ascoltato le parole degli abitanti che tessono la bella storia di Riace. Una storia straordinaria che inizia negli anni novanta quando un veliero con 250 profughi curdi approda in quelle terre e incontra la solidarietà di una Comunità impegnata nel disperato tentativo di riscatto di una terra abbandonata e resa sterile dalla fuga dei propri abitanti. La voglia di presidiare il luogo e di garantire giustizia e diritti incontra la necessità del profugo che approda in una Terra sconosciuta e simile a quella che è costretto a lasciare. Da una parte la necessità dell’approdo e dall’altra il bisogno di presenza umana per rivitalizzare un borgo fantasma dove era difficile trovare anche il quarto per una semplice partita di carte a tressette. Uno dei tanti Borghi fantasma di un’Italia incapace di frenare l’abbandono delle sue aree interne incontrava “l’altro” con l’esigenza dell’approdo. Il Borgo rinasce, si colora, le finestre delle case abbandonate si riaprono e le proficue relazioni tra diversi trovano un comune denominatore: presidiare, abitare e curare il luogo. Un quarto della popolazione nazionale non è sufficiente per curare i 4/5 del fragile territorio appenninico e quei Paesi Presidio che tutelavano Monti e corsi di acqua inesorabilmente e in numero crescente scompaiono. Riace cogliendo quella casuale opportunità ha, invece, invertito la tendenza e avviato un percorso virtuoso di vera accoglienza, dove il migrante vive la sua condizione con dignità e speranza e dove l’antico abitante non si sente espropriato ma coadiuvato in un percorso di rinascita fisica e morale. Una modalità che strappa dallo sfruttamento senza scrupoli migliaia di persone e, utilizzando meno risorse economiche del
previsto, afferma il “diritto umanitario”. Una storia positiva, un’altra narrazione capace di indebolire quel linguaggio propagandistico fondato sulle paure, una luce nel buio dell’indifferenza. La Comunità che, dal basso e positivamente ha costruito il modello umano che ha dato soluzioni a chi cercava l’approdo e a chi viveva isolamento e solitudine, è la vera nemica di coloro che hanno costruito le loro fortune sulle
paure. La resistenza normativa locale di Riace per garantire dignità ha prodotto modeste carenze formali e procedurali, mentre la reazione dello Stato è senza precedenti. Una reazione che prima ha visto l’esultanza del ministro dell’interno e del blog del movimento 5 stelle e oggi vede la deportazione dei nuovi abitanti. È netta la sensazione che sia la paura di un modello sobrio, efficace e giusto e di un Sindaco onesto e sensibile a generare una reazione fondata sull’ossessione che possa affermarsi un’alt(r)a Italia.
Un’alt(r)a Italia della Umanità e della concretezza dedita alla cura dei luoghi e alla rinascita delle Comunità che ora dovrà mostrare la capacità di sostenere Riace, il suo Sindaco e i suoi abitanti perché “RIACE È ANCHE NOSTRA”».

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