VITERBO – La macchina di Santa Rosa è il nostro vanto più grande, sotto quel campanile che cammina, ci sentiamo tutti di un sentimento, ritroviamo l’orgoglio, il senso di comunità, l’appartenenza di sangue che ci rende fratelli. Aspettiamo ogni nuova macchina con una trepidazione paragonabile solo alla nascita di un figlio.

 

E quanti commenti l’indomani del nuovo trasporto, la macchina riempie i nostri discorsi da bar, parliamo del trasporto ma soprattutto dell’estetica della nuova macchina, facciamo i paragoni con quelle passate, ciascuno esprime il suo giudizio sulla maggiore o minore bellezza rispetto a quelle precedenti. Ognuno di noi nel cuore ne ha una in particolare, che resta la preferita per i più innumerevoli motivi. Pochi però si chiedono che fine fanno le macchine di Santa Rosa, quando finiscono la loro fulgida carriera.

 

Vincenzo Battaglioni no, lui lo sapeva che fine facevano e non poteva accettare di vedere la sua creatura andare in rovina. Aveva costruito Sinfonia d’Archi, la splendida macchina che fece ben sette trasporti dal 1991 al 1997, quando fu sostituita da una Rosa per il Duemila. Vincenzo Battaglioni aveva realizzato l’idea di Angelo Russo, quella macchina l’aveva vista nascere dalle sue mani, un progetto che prende vita, che cammina tra le strade della tua città trasportato da uomini eccezionali, diventa qualcosa di profondamente tuo ed è difficilissimo accettare di buttarla via come una vecchia cosa che non serve più. No, la sua Sinfonia d’Archi non poteva fare la fine delle altre, abbandonate e andate irrimediabilmente in rovina. Fece un’offerta al Comune di Viterbo per comprare Sinfonia d’Archi, la sua creatura. Offrì una cifra, il Comune ne pretendeva il doppio, dopo lunghe trattative si accordarono, più di quello che aveva offerto, meno di ciò che chiedevano. Vincenzo Battaglioni sperava nel museo delle macchine di Santa Rosa, se ne parlava da qualche tempo, alla fine qualcuno avrebbe trovato la sistemazione adatta, gli sponsor giusti, i finanziamenti europei, bisognava essere fiduciosi e avere fede, le vecchie macchine avrebbero trovato presto uno spazio dove continuare a essere ammirate, a quel punto avrebbe regalato con gioia la sua creatura al museo.

 

Purtroppo, e lo sappiamo tutti, le cose non sono andate esattamente così, il museo è rimasto una bella chimera e nel 2012, Vincenzo Battaglioni ha regalato un pezzo della sua creatura alla giunta Marini, perché lo collocasse al centro della rotatoria che fa da snodo tra la Teverina e il Poggino. Triste destino per una macchina che era stata ricomprata per brillare in un museo, ridotta a restare smembrata sotto un telone, finché una sua parte finisce a fare da spartitraffico in periferia.

 

Vincenzo Battaglioni ha chiuso l’azienda otto mesi fa, dopo tante soddisfazioni lavorative finalmente è andato in pensione, dentro il suo vecchio ufficio ha conservato la statua che era in cima alla sua macchina, la piccola Rosa che per sette anni ha volato sui tetti della nostra città, ogni volta che la guarda un velo di malinconia gli riempie gli occhi, per il sogno di un museo mai realizzato e per quell’azienda appena chiusa che per tanti anni è stata la sua ragione di vita.

 

L’azienda è perfettamente funzionante, con macchinari di ultima generazione, a Vincenzo Battaglioni non dispiacerebbe per nulla sentirsi ancora utile, dare nuovamente un contributo per la sua città, sente di avere ancora molto da offrire. Gli piacerebbe un laboratorio per ragazzi, una collaborazione con le scuole o con le associazioni di volontariato. Lui ci crede, ma intanto preferisce curare l’orto, chissà se le istituzioni ignoreranno anche l’altro sogno di un uomo tanto generoso.

 

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