VITERBO – (B.B.) Domenico Chiavarino ci ripensa. Ritratta. Tenta un dietrofront. In aula, nel processo per “Appaltopoli”, l’imprenditore di Celleno sembra avere ricordi sfumati del suo interrogatorio del 2009, durante il quale parlò, ai pm Tucci e D’Arma, di un “ristretto numero di ditte che si dividevano gli appalti pubblici su tutto il territorio provinciale.”.

 

Ma oggi non sembra ricordare. Tutto è sfocato e appannato: “Quelle dichiarazioni risalgono ad un periodo molto difficile della mia vita – ha sottolineato – mi trovavo recluso a Mammagialla, perdevo peso. Ero provato.”. Un tentativo di fare marcia indietro che al Giudice Turco non va giù. E così, dopo avergli ricordato di essere sotto giuramento e di rischiare una condanna da 2 a 6 anni per falsa testimonianza, i ricordi dell’imprenditore sembrano diventare più vividi.

 

“Ufficialmente nessuno sapeva nulla – ha spiegato Domenico Chiavarino – ufficiosamente, invece, ognuno sapeva che a spartirsi la gran parte degli appalti pubblici era una ristretta cerchia di imprenditori: erano imprese di Viterbo, che comparivano sempre tra le vincitrici”.

 

Voci di corridoio, quindi, che confermerebbero l’impianto dell’accusa: accordi tra imprenditori e funzionari del Genio Civile avrebbero favorito specifiche ditte a scapito di altre. Ecco perché, chi era fuori dalla presunta ‘cordata’ non riusciva mai a vincere ed era costretto ad andare a lavorare fuori regione. Come ha sottolineato un secondo imprenditore. “Ho addirittura smesso di partecipare, perché sapevo che le gare non si svolgevano con regolarità: me ne sono accorto negli anni.”. Ribassi anomali in corso di gara, offerte fuori dall’ordinario: questi i principali indicatori delle irregolarità.

 

Nell’udienza del prossimo 19 marzo, in aula verrà chiamato a deporre, tra gli altri, anche Gianfranco Chiavarino, fratello di Domenico, coinvolto in prima persona nello scandalo e uscitone grazie ad un patteggiamento.

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