Barbara Bianchi

 

VITERBO – “Mi ha offerto un Campari, poi il vuoto. Mi sono risvegliata la mattina seguente nel letto di casa sua, nuda, sporca di sperma. Gli ho chiesto se avevamo avuto un rapporto sessuale e lui ha risposto di si.”. I ricordi di L.S.,44enne moldava, appaiono molto confusi e lacunosi. Sembra non riesca a ricordare. O non voglia. Quel che è certo è che in aula, davanti al collegio di Giudici, la parte offesa, chiamata a deporre, stenta a ricostruire la vicenda, fa passi indietro, rinegozia quanto dichiarato in precedenza.

 

I fatti, per cui l’imputato A.B., deve rispondere del reato di violenza sessuale, risalirebbero al 10 ottobre 2009, quando i due, dopo giorni e giorni di messaggi e conoscenza virtuale, decisero di incontrarsi di persona. “Ma quella sera lavoravo – ha spiegato L.S. in aula – ecco perché gli ho proposto di venirmi a prendere verso mezzanotte e riaccompagnarmi a casa, nel tragitto ci saremmo conosciuti meglio, avremmo potuto parlare.”. E così è stato. Se non fosse che l’uomo poi, da Roma, luogo dell’appuntamento, si sarebbe diretto verso Capranica, verso la propria abitazione. “Vedevo che si allontanava molto dalla capitale, ma non gli ho detto nulla”, ha spiegato la donna, rispondendo alle domande del Giudice Turco, “Non conosco la zona e continuava a ripetermi che eravamo quasi arrivati”.

 

Poi l’arrivo, il Campari e il vuoto. Nel mezzo la presunta violenza sessuale. Infine il risveglio: “Stavo male, non ricordavo nulla. Siamo andati all’ospedale nel quale lavorava per fare degli accertamenti, delle analisi, poi mi ha riaccompagnata a casa. Sono andata subito dai Carabinieri per denunciarlo.”.

 

Eppure qualcosa non torna. Sia alla difesa sia al collegio: la mattina successiva alla presunta violenza la donna si sarebbe fatta una doccia e avrebbe mangiato latte e biscotti a casa dell’imputato, nonostante, come ripetuto più volte, fosse “totalmente spaventata dall’uomo che aveva di fronte”. Non solo. Invece di scappare e chiedere aiuto ad amici o passanti, si sarebbe fatta riaccompagnare a Roma proprio dallo stesso. Forti incongruenze, che trovano riscontro nelle parole dell’imputato.

 

“Ma quale violenza sessuale – sbotta in aula A.B., ex tecnico radiologo presso la clinica Columbus di Roma – quella signora appena si è svegliata mi ha chiesto dei soldi. Ovviamente mi sono rifiutato di pagarla, per questo ha cominciato a chiamare amici e amiche che mi hanno intimato di portarla al pronto soccorso.”.

 

Ad ottobre la discussione.

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