VITERBO – La Tuscia è in fermento. Come la birra. Ed è boom dei birrifici artigianali. Sono nati quasi tutti negli ultimi anni. Ad oggi se ne contano cinque, più due gestiti da aziende agricole. “Una realtà importante, che sta prendendo piede nel nostro territorio e che stiamo cercando di valorizzare”, secondo la segretaria della CNA di Viterbo e Civitavecchia, Luigia Melaragni (foto). C’è però da risolvere un problema: occorre intervenire sulle modalità di accertamento dell’accisa, oggi penalizzante rispetto ai grandi birrifici.

 

La birra artigianale italiana sta facendo scuola e riscuote successo oltre i confini nazionali. E quella made in Tuscia è in piena crescita. “Basti pensare – dice Melaragni – che le cinque realtà locali sono nate una nel 2009, due nel 2011, una nel 2013 e l’ultima è recentissima”. Si trovano in diversi centri della provincia: Viterbo, Civita Castellana, Tuscania, Bassano Romano. A queste si aggiungono le due aziende agricole.

 

La CNA si sta muovendo su vari fronti per mettere i birrifici artigianali nelle condizioni di andare avanti con maggiore tranquillità. Insieme a Unionbirrai ha infatti presentato un disegno di legge per consentire ai piccoli produttori indipendenti di competere ad armi pari con i concorrenti europei. Si punta a un trattamento fiscale più equilibrato rispetto a quello attuale.

 

Adesso però occorre intervenire ancora sull’accertamento dell’accisa, a causa di un’errata interpretazione della legge da parte dell’Agenzia delle Dogane. “C’è una richiesta che mira a misurare il tasso alcolico durante la produzione del mosto – spiega Melaragni – piuttosto che nella fase di confezionamento della birra. In tal modo, l’accisa risulterebbe più alta se confrontata con il sistema di accertamento dei grandi birrifici. È una criticità che va rimossa. Una vera beffa per i microbirrifici, fra l’altro già penalizzati dal fatto che l’Italia è uno dei pochi paesi europei a non aver introdotto una riduzione dell’aliquota dell’accisa in funzione della dimensione d’impresa”.

 

CNA e Unionbirrai, a livello nazionale, hanno già chiesto al governo di intervenire in modo che l’Agenzia delle Dogane modifichi l’interpretazione adottata.

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