VITERBO – È sempre più frequente che i notiziari, specialmente nella parte riguardante la finanza, parlino di robo-advisor. Sono in tanti, però, a non sapere di cosa si tratti. L’ennesimo inglesismo non aiuta l’italiano medio a capire di cosa si sta parlando. Nella realtà, si tratta dell’ennesima miglioria che la tecnologia ha portato nella vita di tutti i giorni. Se la domotica applica l’innovazione al benessere della casa, attraverso i robo-advisor è possibile integrare e trasformare il modello classico del risparmio.

Le famiglie italiane restano infatti ancora attaccate alle vecchie tradizioni e depositano in banca o presso le sedi postali i propri risparmi, spesso all’oscuro come è accaduto con il caso Banca Etruria di quanto potrebbe accadere in caso di bancarotta. Non va meglio per i metodi “classici”, come il “movimento del mattone”, visto che gli immobili, pur costituendo un investimento di sicuro profitto, non generano più i guadagni di un tempo e non sempre sono funzionali al futuro delle nuove generazioni. Attraverso la robo-advisory, appunto, si cambia il modo di pensare il risparmio, sfruttando le nuove tecnologie digitali.

La categoria raccoglie però diversi business e numerose declinazioni che modificano una parte o la totalità del processo d’investimento e spesso il cliente può confondersi con le moderne tecniche di trading. L’inserimento nella tecnologia all’interno di meccanismi collaudati, come quelli che regolano il risparmio, puntano essenzialmente a soddisfare le richieste dei clienti, che richiedevano principalmente maggiore chiarezza e contenimento dei costi, riducendo i compiti ma non sostituendo totalmente la figura del consulente finanziario che sarà responsabile del monitoraggio e degli aggiustamenti “tattici” dell’investimento. Le richieste sono state tutte soddisfatte, sia attraverso l’entrata in vigore della MiFiD II, che impone ai consulenti di informare costantemente i propri clienti, sia attraverso i robo-advisor, che riescono anche a dimezzare i costi rispetto ai fondi comuni.

Uno dei modelli maggiormente apprezzati in Gran Bretagna prima e in Italia poi è quello di Moneyfarm che, come dichiarato dal suo co-fondatore Giovanni Daprà, si è proposta sul mercato con un livello ibrido, uno tra i primi in grado di far coesistere il fattore umano e quello tecnologico. «I modelli che ci hanno preceduto non riuscivano ad affermarsi sul mercato, dal momento che il meccanismo era completamente automatizzato. Il successo dei robo è stato infatti determinato dall’affiancamento di squadre di consulenza e di gestione tradizionale».

Il modello di robo-advisor proposto da Moneyfarm si basa proprio su questo principio. Durante la fase conoscitiva, il potenziale cliente risponde sul sito di Moneyfarm ad una serie di domande che evidenziano il suo profilo di investitore e riesce così a chiarire sin da subito la sua propensione al rischio, gli obiettivi che intende raggiungere e la sua situazione patrimoniale. Una volta ottenute queste informazioni, il robo-advisor di Moneyfarm, che lavora su base algoritmica, suggerisce la linea di gestione più adatta alle necessità del cliente. In una seconda fase, la consulenza digitale viene affiancata da quella umana. Un team di esperti segue infatti l’evoluzione dell’investimento in ogni sua fase: dalla creazione del portafoglio agli eventuali aggiustamenti. Ulteriore vantaggio del sistema ibrido è la possibilità di controllare in qualsiasi momento l’andamento dell’investimento, sia tramite il sito che attraverso l’app, nonché analizzando la reportistica messa a disposizione da Moneyfarm. Attraverso questa metodologia, che dimezza i costi rispetto agli altri strumenti presenti sul mercato, anche i clienti meno abbienti riescono ad investire e a pianificare in vista di un potenziale profitto.

«Il modello ibrido – conclude Giovanni Daprà – è il punto di convergenza perfetto tra le nuove aziende del settore e i player tradizionali che stanno investendo per aumentare la propria dotazione tecnologica (e rivedendo i propri modelli) per offrire un servizio di tipo robo».
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