VITERBO – La CNA aveva chiesto di abolirlo immediatamente ancor prima che entrasse in vigore, perché avrebbe creato enormi difficoltà alle imprese. Oggi queste difficoltà sono quantificare: 31,6 miliardi di euro. Ecco perché oggi si torna con forza sul concetto: non ci sia alcuna proroga.

“Diciotto miliardi e mezzo di Iva non riscossa. E 13 miliardi di Iva corrisposta ai propri fornitori da recuperare. Il danno finanziario sulle imprese pesa, pertanto, 31,6 miliardi accumulati in appena due anni, da quando è entrato in vigore lo split payment”: è quanto sostiene la CNA.

“Un pesantissimo salasso per le imprese fornitrici di beni e servizi alla Pubblica amministrazione che spesso – continua – per sopperire al mancato recupero immediato dell’Iva versata, hanno dovuto ricorrere al credito bancario, aggiungendo perlomeno altri 650 milioni di interessi. Sempre che siano riuscite a trovare una banca disposta a erogarlo”.

Si stanno dunque accumulando problemi, che creano difficoltà difficilmente superabili. “Una situazione che il sistema imprenditoriale italiano, soprattutto le micro e le piccole imprese, non può più sopportare né tollerare – continua la CNA -. Molte migliaia di piccole imprese sono in ginocchio, non possono più anticipare l’Iva per il committente pubblico rimanendo in eterno una sorta di bancomat della PA. Non si pensi, quindi, a prorogare questo sistema vessatorio oltre il 31 dicembre o di estenderlo addirittura. L’Unione europea lo aveva autorizzato solo in via transitoria”.

A partire dall’inizio del 2015, dunque prima che entrasse in vigore, la CNA ha chiesto l’abolizione dello Split payment varie volte, con insistenza. Sia tramite il segretario generale Sergio Silvestrini, sia con il presidente Daniele Vaccarino. All’indomani del via, aveva anche presentato uno studio che anticipava quanto sarebbe potuto accadere. Previsioni che – purtroppo – si sono puntualmente verificate.

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