Quando di obesità non soffre solamente il corpo ma anche l’anima il cibo diventa al tempo stesso rifugio e prigione per il nostro dolore. Quando si parla di “obesità” non ci si riferisce semplicemente ad un problema estetico causato da un eccessivo consumo alimentare. Essere obesi non è una scelta; spesso è una patologia che condiziona non solo la quotidianità ma soprattutto la salute. E’ una patologia riguardante sia bambini che adulti, nella quale convergono diversi fattori. Le cause genetiche, ambientali, socioculturali, educative si intrecciano con aspetti comportamentali e psicologici.

L’obesità deriva quindi da una combinazione di cause tra le quali: fattori genetici, stile di vita, ambiente famigliare, genere ed età, stress, dieta squilibrata, sedentarietà, carenza di sonno, assunzione o interruzione di sostanze o farmaci, problemi medici, fame emozionale. Si soffre di una obesità quando si ha un Indice di Massa Corporea (BMI) superiore a 30; parliamo, invece, di obesità di grado estremo con un valore BMI non inferiore a 40. Spesso, constatato lo stato organico – medico del soggetto, ci si ritrova a dover ricercare le radici di questa condizione ad un livello più profondo, a livello psichico. Tante possono essere le cause dell’obesità.

La maggior parte delle teorie affonda le sue radici nell’età infantile, in particolare nell’educazione alimentare trasmessa al bambino. L’obesità, secondo una branca della Psicologia, sarebbe una condizione che affonda le radici nei primi anni di vita di un soggetto, quindi nell’infanzia. Le prime esperienze col cibo possono segnare profondamente il soggetto sotto il punto di vista del suo rapporto con l’alimentazione. Se il bambino ottiene come risposta ad ogni malessere o pianto il cibo comincerà ad associare la consolazione al cibo stesso. L’alimentazione, quindi, diventa la risposta che il soggetto dà ad ogni stimolo. Altri studi hanno constatato la rilevanza che la parte emotiva di ciascuno può avere nello sviluppo di questa dipendenza da cibo.

La teoria emotiva si basa, appunto, sul fatto che alcune persone interpretano la sensazione emotiva come un senso di vuoto simile alla fame, dove il cibo viene usato come sostituto della gratificazione emotiva. Il cibo viene dunque usato come compensazione di situazioni di stress, di disagi psicologici, di stati ansiosi o depressivi. Si ricercano cosi nel cibo delle gratificazioni non ricevute in altri ambiti: professionali, amicali, sentimentali. E’ un modo facile e immediato per provare piacere. E’ un modo per ricevere conforto. Chi ne è affetto di tale disordine ha solitamente una scarsa autostima, soffre di solitudine, ha difficoltà a manifestare le proprie emozioni, vive nella vergogna, con il senso di colpa, con la rabbia e la paura.

Si può usare il cibo anche per non riconoscersi come persona. “Chi è in sovrappeso viene ignorato, ed era ciò di cui avevo bisogno”: sono le parole di una Paziente con problemi di obesità. Le sue parole stanno a significare che molti pazienti sono diventati obesi per un motivo inconscio: proteggersi dalle attenzioni altrui. Ma a questo punto mi sorge una riflessione: dietro questo bisogno di invisibilità può celarsi un altro bisogno, più grande, quello del conforto, della comprensione e dell’accettazione? Un percorso psicologico può aiutare il paziente a gestire lo stress, l’ansia, la noia, la solitudine; a conoscere il proprio corpo; ad entrare in contatto con le proprie emozioni; a curare la sua autostima. Lo psicologo può lavorare con il paziente con obesità, supportandolo e cercando di alleviare il peso psicologico.

Dott.ssa Claudia Florea – Psicologa Psicoterapeuta Viterbo e Online – con esperienza triennale presso l’Ambulatorio dei Disturbi Alimentari e l’Ambulatorio di Chirurgia Bariatrica dell’ospedale Belcolle di Viterbo.

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