Questa primavera, per qualche settimana, in una delle quattordici villette a schiera che si affaccia sulla tangenziale ovest di Viterbo, Gianni Zanasi ha girato “Troppa grazia”.

Sono bastate due pennellate per descrivere questa città così immobile e uguale a sé stessa da più di settecento anni: le piazze, i palazzi, il Corso evocano un fasto ormai scialbo che sia ammanta di orgogliosi ricordi. Viterbo è questa: una cittadina di provincia che volutamente non è mai diventata adulta e ha preferito vivere in un torpore medievale.

Di innovazioni ce ne sono state poche, ma quelle attuate hanno cambiato radicalmente il tessuto cittadino. I centri commerciali hanno ucciso gli artigiani del centro, innestando, nella mente dei viterbesi, la convinzione che solo la tecnologia e le grandi catene possano dare il pane e una mano di dignità. “Troppa grazia” racconta questa provincia, i piccoli borghesi che ci abitano e gli altrettanti dannati che continuano a sopravviverci, perché attaccati alle loro famiglie e alla bellezza di questi territori.

“Troppa grazia” è veramente un bel film: è semplice, lineare, con una sceneggiatura meticolosa. I dialoghi sono costruiti con mestiere e ogni parola è scelta con la cura di, non solo, veicolare informazioni, ma anche dipingere il sentimento, lo stato d’animo e le incertezze dei personaggi.

L’eroina di questa storia è Lucia, interpretata sapientemente da Alba Rohrwacher. Lei, e solo lei, si caricherà sulle spalle tutto il disagio e l’inadeguatezza di mantenere i suoi principi, fatti di onestà, solidarietà e amore per il proprio mestiere, di fronte ai ricatti del potere.

Ma come si può continuare a sopravvivere in un mondo che ha messo al centro del proprio cuore, il denaro e la competizione a tutti i costi? Come si può non colludere con un capo maschilista e misogino che cerca solo pedine profumate per avallare i suoi traffici? Lucia cercherà di annientare la sua identità, per entrare in una rete di relazioni importanti per il suo lavoro, e la conseguenza sarà che la sua mente riprodurrà l’immagine della Madonna in modo da bilanciare la sua lotta interiore.

Non è nemmeno un vero e proprio disagio mentale della protagonista, ma una vera e propria soluzione alla studiata follia dei tempi. In fondo, è mille volte meglio vedere, parlare e litigare con la madre di dio, per cercare una soluzione al proprio disagio, che evadere da esso facendosi di eroina. Vedere la Madonna, carezzarla, farci a botte, e questa un’intuizione geniale, perché scardina e ribalta il modello della donna, della madre gentile e sempre accondiscendente, rende concreto tutto il tormento interiore della protagonista.

Le apparizioni della madre di dio le danno il coraggio di combattere quella sordida mafia viterbese che vorrebbe costruire l’ennesimo centro commerciale in un campo di grano. In fondo, le serviva solo “qualcuno di autorevole” che le infondesse un po’ di fiducia. Quando intorno a te tutto è corruzione e omertà la tua mente o forse il tuo cuore, fa appello alla parte più sacra del tuo essere.

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