E’ bastata una poco felice battuta di Massimo D’Alema per mettere in fibrillazione il Partito Democratico e soprattutto per rievocare stagioni di salute democratica cagionevole e di scelte scissorie impulsive.

Dunque lunedi 24 gennaio si apriranno le sedute congiunte di 1008 grandi elettori per eleggere il nuovo Capo dello Stato e questa ulteriore piccola complicazione non ha trovato Enrico Letta con animo ben disposto, anche perché D’Alema in modo ben più grave dell’attacco a Matteo Renzi ed ai suoi 1000 giorni, si è espresso sul suo vero obiettivo, cioè mai Mario Draghi al Quirinale.

Per lui è scattato un riflesso condizionato alla Pavlov: quando c’è un’ipotesi che esula dalla politica politicante o sottrae spazi decisionali agli “addetti ai lavori”, la salivazione aumenta in modo accelerato, la coda si agita ed un mugolio sordo si forma nell’aria, parafrasando  quel che avvenne al famoso cane.

Ma la contrarietà a Draghi Presidente della Repubblica, dopo la famosa conferenza stampa di fine anno che non escluse l’ipotesi di un nonno disponibile, è quanto mai diffusa e trasversale, e fotografa la situazione paludosa in cui versa il nostro Parlamento sul quale si stanno riversando gli effetti di scelte non fatte, di chiarimenti rinviati, dei micro interessi immediati coltivati a scapito di quelli generali e permanenti.

Innanzitutto il fallimento di una riforma costituzionale tentata più volte sia con la bicamerale di Berlusconiana memoria, sia con quella Renziana, clamorosamente bocciate in sede referendaria; mentre quella riuscita nel 2001 d’impronta federalista, fu tradita prima ancora che si asciugasse l’inchiostro con cui fu scritta.

Così viviamo in un sistema in cui al centralismo statuale si è aggiunto quello regionale con 22 fogge diverse, a scapito di un governo efficiente ed efficace, come si è visto per sanità, e di una gestione del territorio in cui gli enti locali sono stati indeboliti e vessati.

C’è poi la mancata attuazione dell’art.49 della Costituzione sulla regolamentazione democratica dei partiti, che punteggia dal dopoguerra ogni legislatura con proposte, anche valide, ma che si conclude sempre con un loro rinvio, lasciando le associazioni di fatto che essi sono, oggi anche personali ed aziendali, a determinare la politica nazionale in modo sempre più fragile ed opaco.

Infine il senso di vuoto, di precarietà, d’inutilità che emana dal Parlamento rispetto ad un futuro che avanza a grandi passi verso il fine legislatura, senza una decente legge elettorale, senza una ben concertata ipotesi di rinnovamento legata al taglio di 300 parlamentari, senza un’orizzonte politico che ponga al centro gli interessi futuri del nostro Paese.

In questa situazione Mario Draghi appare una soluzione che non appartiene loro; il suo credito internazionale è lontano dall’inglese smozzicato con il quale quasi tutti i parlamentari comunicano; il suo carisma fa a cazzotti con le fregnacce e le facce con cui tantissimi occupano le TV nazionali a suon di populismo e di approssimazione.

Un Giuliano Amato o un Pier Ferdinando Casini sono più rassicuranti, magari anche una donna purchessia; ma come la politica italiana ci ha spesso e volentieri sorpreso, va a sapere che una sorta di Pentecoste scenda su quell’aula, ancora unica e preziosa per la nostra democrazia.

Francesco Chiucchiurlotto