Dopo che il politicamente corretto, e mediaticamente travolgente movimento MEE TOO aveva tolto dalle scene il reprobo Kevin Spacey, tra l’altro uno dei migliori attori allora in circolazione ad Hollywood, non sapremo forse mai come sarebbe andata a finire la serie di House of Cards, che tratta dal romanzo di Michael Dobbs, narrava gli intrighi e le vicissitudini politiche e sentimentali del presidenzialismo americano.

Quindi ci manca qualche spunto, forse illuminante, per interpretare ed anche anticipare quel che avverrà a febbraio per l’elezione del Presidente della Repubblica Italiana.

Qui da noi quelle trame si potrebbero chiamare in una serie Netflix, LA CASA SUL COLLE, naturalmente il colle Montecitorio, con un’ambientazione da “mondo di mezzo”, non cruenta ma canagliesca al punto giusto, con sceneggiature variegate da “grande bellezza”, e con una pletora di personaggi e caratteristi intonati ai multiformiambienti capitolini, anche perché Roma di colli ne ha ben sette.

Ma per questa imminente elezione dov’è il punto?

Per me il punto è che gli interessi nazionali, alla luce della nostra Costituzione, del contesto internazionale, delle criticità sanitarie ed economiche, non coincidono con una parte rilevante del quadro politico rappresentativo, ed a caduta su una parte della classe politica, delle loro lobbyes, della loro intellighenzia, dei loro elettori.

E’ palese che Mario Draghi Presidente della Repubblica per 7 anni stabilizzerebbe la politica italiana per un periodo sufficientemente lungo da portare il nostro Pese fuori dalle secche storiche che l’hanno sospinto più volte sul l’orlo del baratro; che il suo prestigio internazionale ne sarebbe rafforzato anche perché ne sarebbero rafforzati i suoi poteri costituzionali da Presidente della Repubblica.

Sarebbe lui ad indicare alle Camere il nome del candidato Presidente del Consiglio; sarebbe lui a dirigere il Consiglio Superiore della Magistratura e tutte le altre prerogative che derivano da un ruolo di referenza e soft power, mai visto sinora, avendo impostato e diretto una fase storica, quella del PNRR, che , attenzione, si esaurirà nel 2026.

Chi si può opporre a tanta evidenza se non i partiti che temono un’affermazione della scelta europea, resa evidente oggi dalla montagna di denaro in arrivo, senza la quale saremmo in braghe di tela, e domani dal prestigio di una leadership italo/franco/tedesca?

Chi sogna un Draghi a Palazzo Chigi se non chi lo vorrebbe indebolire quotidianamente con piccole astuzie e roboanti petizioni di principio, sino a ritornare ai fasti del Papeete e del Metropole, oppure ad una opposizione sterile ma redditizia, che prepari un’alternativa di sistema, sovranista e demoautoritaria?

Ci sono però due fattori tranquillizzanti: i numeri dei parlamentari eletti nel 2018 e la riduzione di essi nella prossima legislatura: bisogna tener presente che i 5S presero il 32,6 % alla Camera e il 32,2 % al Senato; così il PD – 18,7-19,12 – Lega 17,37-17,62 – FI 14,4-14,01 – FdI4,35-4,26, che al netto dei cambi di casacca intervenuti, restano inequivocabili per una maggioranza non ostile a Mario Draghi.

C’è poi il nuovo Parlamento, quello della XIX legislatura, che ha la storica occasione di autoriformarsi per diventare all’altezza dei compiti richiesti, ed almeno sperarlo mi pare più che lecito.  

Francesco Chiucchiurlotto