Il dibattito referendario, a quindici giorni dal voto, si è acceso con la solita scesa in campo di cordate di costituzionalisti (chi sono costoro?), spin doctors, opinionisti, guru televisivi e massmediologi, esperti e non di questioni istituzionali, fb people ecc.

Registro senza alcun spirito, almeno consapevole, di polemica, che si va affermando la tendenza al politicamente corretto da parte dei fautori del SI; tendenza quanto mai perniciosa per un proseguo corretto ed utile del confronto e della conseguente consapevolezza dei votanti.

E’ bene ricordare che alla fine degli anni ’90 si diffuse da noi il politically correct, nato negli USA per adeguare comportamenti e linguaggi tenendo conto delle sensibilità di minoranze razziali, linguistiche di genere, le quali diventano le sole abilitate a stabilirne la correttezza.

Presto però si trasforma in un modo affettato ed esagerato di applicazione di un metodo; ed infine di recente, contaminato con il populismo imperante, conclamato o camuffato, ha assunto la ratio del senso comune al posto del buon senso.

La fortuna degli slogan contro l’immigrazione, per esempio, affermano il senso comune del rifiuto e della paura saltando però a piè pari ogni problematica di deficit demografico, che tra un po’ ci metterà alle corde.

Il politicamente corretto imperversa anche nel dibattito referendario sul taglio dei parlamentari: a che serve il Parlamento? Ma a rappresentarci ed a fare le leggi, ovvio!!

Quindi scatta il senso comune che afferma essere in gioco, in pericolo, a rischio, la nostra rappresentanza democratica, quindi la democrazia, la Costituzione.

Nessuno, neanche la cordata di Prof Costituzionalisti, richiama l’art.67 della Costituzione che diniega il vincolo di mandato e sancisce che i parlamentari non rappresentano i loro elettori ma “rappresentano la Nazione”; figuriamoci chi rappresentano i partitini del 2 o 3%!

Il buon senso poi ci dice che sul territorio, dopo la scomparsa dei partiti di massa, sono scomparsi anche gli Onorevoli e Senatori che venivano a portare rendiconti, indicazioni ed assistenzialismo; a raccogliere opinioni e necessità; a farsi portavoce di una “battaglia”, ma in modo organico, nelle sezioni, nelle assemblee cittadine.

Oggi al massimo per qualche taglio di nastro, contributo, campagna elettorale.

Poi che si ridurrebbe la capacità normativa, il lavoro nelle Commissioni, le interrogazioni ed interpellanze; ma il buon senso ci ricorda che solo un quarto delle leggi sono di iniziativa parlamentare da almeno 25 anni; che l’iniziativa normativa in capo al governo è ormai pervasiva e sostitutiva e nella forma,  è addirittura passata dai decreti legge ai DPCM.

Il Parlamento vive di migliaia di emendamenti, che a loro volta provocano decine di voti di fiducia, con un rischio, questo sì, esiziale per la democrazia; ma allora il Parlamento non serve? Ma siamo matti!! Serve eccome!  ma ha un bisogno disperato di riforme: nei regolamenti, nelle procedure, nelle incrostazioni del potere burocratico, nello snellimento complessivo che passa anche per la riduzione del numero dei parlamentari.

Ad abundantiam : il SI apre ad una possibilità di cambiamento; il NO la chiude.

E poi, come dice Carlo Cottarelli, ci scappa per ciascuno anche un caffè al giorno!

Francesco Chiucchiurlotto