Il poeta Elio Pecora, grande amico di Rodolfo Wilcock, ne racconta l’arte e soprattutto la caleidoscopica personalità venerdì 23 novembre a Lubiano (ore 18, Palazzo Monaldeschi). A moderare l’incontro sarà lo scrittore Giorgio Nisini, direttore scientifico del Festival organizzato dal Comune con il sostegno della Regione Lazio, nella doppia occasione del  quarantennale della morte e del centenario della nascita dello scrittore, nato a Buenos Aires 17 aprile 1919 e morto a Lubriano il 16 marzo 1978: lo stesso giorno del rapimento Moro.

Elio Pecora conobbe Wilcock a Roma nel 1969, e fu proprio lo scrittore argentino – amico e mentore – a introdurlo presso la redazione del giornale La Voce Repubblicana, con cui Pecora collaborò per vent’anni. La loro amicizia – tra pomeriggi a base di torta sacher, il suo dolce preferito, e serate a teatro – durò fino agli ultimi giorni di vita del maestro, lasciando nel poeta una traccia profonda di gratitudine e affetto.

Scrittore, ingegnere, traduttore, drammaturgo e giornalista, Wilcock definiva la sua casa nella campagna laziale ‘un regno’, ed è così che Elio Pecora lo ritrae: “Con  un ruscello sul fondo, forre, grotte, sentieri, viottoli, selve, rupi, un trono di pietra nel mezzo di una radura dentro un abisso, una vigna che pencola nel vuoto.”  Mentre “nella pettegola e suscettibile società letteraria romana, verso quell’argentino provvisto di tanti saperi, anche scientifici, a suo agio in almeno in quattro lingue e in altrettante letterature, si passa negli anni – anche a causa dei suoi giudizi taglienti e trasversali – dall’ammirazione alla diffidenza, fino al fastidio e al rancore.” (da Il libro degli amici – Neri Pozza, 2017)

“Poi ci fu la sua morte. – ricorda ancora Pecora – Mi telefonò Laura Betti. L’aveva chiamata da Lubriano il maresciallo dei carabinieri. Il nome dell’attrice era il solo noto al militare di quanti ne conteneva la rubrica di Wilcock. I contadini amici l’avevano trovato nella sua stanza, in terra, a portata di mano il flacone con le pillole per l’infarto. Quel mattino, il 16 marzo 1978, l’automobile di Glauco era dal meccanico. L’unica disposta ad accompagnarci con la sua vecchia Volkswagen fu Ornella, moglie del pittore Colantoni. Sulla Salaria ci fermò la polizia. Quel mattino, in via Fani, era stato rapito Aldo Moro. Giornali e televisioni non avrebbero parlato d’altro. Nessuna notizia sarebbe apparsa della morte di Wilcock. Due ore dopo eravamo a Lubriano. Non avevo visto un solo banco di fiori lungo tutto il percorso. Qualche giorno dopo avrei desunto che l’uscita di Wilcock dalla vita e dalla mia vita (se mai ne sarebbe uscito, ché questo scritto ancora dimostra il contrario) comportava l’assenza di ogni distrazione e conforto. Lo vidi, nella sua stanza, supino, sulla branda, acquietato. Le imposte della finestra erano socchiuse, le spalancai. Dalla stanza vicina veniva una musica terribile e meravigliosa. Riconobbi il Requiem di Mozart. In quella stanza s’era chiuso Livio, figlio adottivo di Wilcock, che in quel modo, dietro quei suoni e quelle voci, smaltiva la pena.

Wilcock Festival continuerà fino al 17 aprile 2019. Il comitato scientifico  è formato da Manuel Anselmi, Gian Maria Cervo, Roberto Deidier e Matteo Lefévre. Comitato organizzativo: il sindaco Valentino Gasparri, Geraldine Meyer, Maurizio Misasi, Carlo Quondam. Segretaria organizzativa: Monica Bartocci.

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