“L’andamento dell’assemblea pubblica dello scorso 19 novembre, dedicata alla discussione delle “soluzioni tecniche per la gestione dell’acqua pubblica nella Tuscia”, ha confermato che il percorso della ripubblicizzazione del servizio è tecnicamente possibile, ma che la sua realizzazione dipende dalla volontà politica degli amministratori.

E’ dunque giunto il momento – comunicano dal comitato Non ce la Beviamo – dell’assunzione di responsabilità di fronte alla cittadinanza. E’ giunto il momento che chi dichiara di essere “per l’acqua pubblica”, e poi però vota in consiglio comunale per la privatizzazione – come è successo pochi giorni fa al sindaco di Civita Castellana- non possa più trovare scusanti, accampando le classiche e opinabili  ragioni di forza maggiore dettate dalla crisi di Talete.

Vogliamo infatti dire qualcosa di questa strana crisi permanente? Incombente da anni, è stata sapientemente utilizzata con la tecnica della “rana bollita” per assuefare gradualmente i cittadini all’inevitabilità della privatizzazione come unica soluzione possibile all’incapacità di Talete di gestire il servizio.

Il sospetto che la crisi continua di Talete sia stata pilotata per portare la società alla privatizzazione non può non essere legittimo. Tutti ricordiamo gli aumenti tariffari attuati per garantire le condizioni di un finanziamento da parte di ARERA di cui poi si sono perse le tracce e che pare non sia stato neppure debitamente sostenuto. Vano anche il  cambio dell’amministratore unico della società, che pur certificando un bilancio in ordine a fine 2021, solo pochi mesi dopo iniziava a denunciare un’ingovernabile situazione di dissesto dell’azienda. In poche settimane, a partire dal 2022, si giunge a prospettare il fallimento, il mancato pagamento degli stipendi ai dipendenti, la sospensione dell’erogazione dell’acqua dai rubinetti. Infine quasi all’improvviso la morosità viene additata come la causa principale della crisi, un vero macigno che, guarda caso, rovescia in modo indiscriminato la responsabilità dei guai di Talete sui cittadini. Ma cosa è stato fatto negli anni precedenti per recuperarla? Chi sono i grandi morosi e perché non sono stati gestiti in modo adeguato?

Insomma molte cose nella “crisi” Talete non quadrano e meritano di essere meglio approfondite.  Quello che invece nella confusione e contraddittorietà della situazione non è mai venuto meno è lo scenario sempre ricorrente della privatizzazione, nonostante moltissimi Consigli Comunali della Provincia abbiano votato all’unanimità contro qualsiasi ipotesi di ingresso di soci privati nella gestione dell’acqua. Un altro esempio su scala locale, dopo il referendum del 2011, di quanto sia facile ribaltare nei fatti la volontà popolare e scaricare per intero sui cittadini i costi di annose inefficienze che hanno invece precisi nomi e cognomi.

Tuttavia la crisi di Talete deriva solo in parte dalla sua gestione operativa, della quale comunque qualcuno dovrà rispondere. Il suo peccato originale è nella forma di SpA di diritto privato che gestisce un servizio sociale essenziale per le popolazioni con la finalità di conseguire un utile di mercato, per di più in un territorio che ha le criticità ambientali – leggi arsenico –  della Tuscia. E’ questo modello di gestione che va superato, se non vogliamo ritrovarci a finanziare con le nostre tariffe non un servizio pubblico, ma il profitto privato di aziende che gestiscono l’acqua come una merce fra le altre.

La battaglia sull’acqua è in fondo molto semplice. O si sta con il referendum del 2011, oppure contro. Noi oggi vogliamo lanciare un appello a tutto il fronte di chi sta con l’acqua pubblica affinché prenda chiaramente posizione. In particolare come Coordinamento dei comitati di tutta la provincia di Viterbo chiediamo ai nostri sindaci che rifiutano la privatizzazione di trovare forme di coordinamento, anche attraverso la formazione di un tavolo tecnico di lavoro, per una concreta iniziativa in direzione della gestione pubblica dell’acqua.

I tempi stringono, più delle parole ormai contano le azioni. Come cittadini, come elettori dei nostri sindaci, ci aspettiamo che questo appello venga raccolto. Sappiamo che, se si lavora per farlo, i modi per trasformare Talete in un ente di diritto pubblico si possono trovare, senza scassare le finanze dei Comuni.

Noi ci crediamo e nell’ assemblea pubblica del 19 novembre abbiamo anche maturato la fiducia che le tecniche amministrative e finanziarie disponibili sono in grado di permettere la trasformazione di Talete in azienda di diritto pubblico senza conseguenze negative per i comuni.

Nel rispetto della volontà popolare espressa dal referendum e dalle delibere dei Consigli comunali, tocca ora agli amministratori e ai sindaci trovare il necessario accordo per dare realtà al progetto dell’acqua pubblica nella Tuscia”.

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