Scartoffie

Domani ricorrerà un importante anniversario cinquantennale: il 16 maggio 1970 furono istituite le Regioni, croce e delizia del dibattito infinito che interessa i poteri della nostra Repubblica, statuali, regionali, provinciali, comunali, in tempi di pandemia.

Ad oltre 20 anni dalla Costituzione che li prevedeva, ci vollero poiché tanti furono i dubbi e le incertezze che accompagnarono il varo, le Regioni sono via via cresciute in personale e funzioni, debordando dalla pristina origine di istituzione di programmazione e coordinamento, a super ente factotum, in special modo dopo la riforma costituzionale del 2001; naturalmente si conservarono allora le Province, tanto già c’erano…

Poche Regioni sanno con certezza quanti dipendenti abbiano, perché non si sono fatti mancare niente: agenzie, autorità, aziende speciali, fondazioni, istituti, scuole, sedi decentrate, sedi all’estero, sedi provvisorie e strumentali e via via inventando con quel piglio fantasioso ed immaginifico che contraddistingue il nazional carattere italico.

Poche sanno poi con precisione quante loro leggi siano in vigore, così per i regolamenti, i decreti, le direttive, le deliberazioni, quelle migliaia di pagine che ogni anno servono a comporre i faldoni dei Bollettini Ufficiali Regionali.

Naturalmente sono poca cosa a confronto con lo Stato, l’altro pervasivo e principale nonché principesco componente della nostra Repubblica, che ha chiara una sola cosa, la proprietà taumaturgica della legge, fatta e pubblicata la quale ogni problema è risolto e che soprattutto quel problema non lo riguardi più.

Insomma lo Stato e le Regioni si interessano di noi e della nostra vita in ogni minimo dettaglio, ne esplorano gli anfratti giuridico legali, ne invadono normando e regolamentando ogni rilievo economico, culturale, fiscale; ne selezionano e vivisezionano aspetti e contenuti, sviluppi ed involuzioni.

Certo che è a fin di bene, di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno, ma soprattutto per autocertificarsi, per giustificare presenza e ruolo, per mostrare vitalità e pervasività a tutto quel mondo che vi opera: circa mezzo milione di persone e di stipendi che ruota intorno alla politica, 4 milioni circa di persone e di stipendi che ruotano intorno alla PA.

Attenzione però, senza politica nè Pubblica Amministrazione non si può vivere né operare; la critica non è nel numero, comunque altissimo, ma nella cultura imperante che ispira il loro modus operandi: la cultura dell’adempimento e non quella del risultato.

La nostra burocrazia, brevemente descritta, è impregnata della prima che consiste, accanto ad una produzione alluvionale di norme, nel rispetto talvolta certosino e crudele di esse; nel sollevarsi da ogni responsabilità osservandole, salvo poi magari trovare, (per molti ma non per tutti se no che potere è?), il cavillo, il codicillo, il deroghillo.

Il decreto dei 55 miliardi di ieri, oltre 250 articoli, migliaia di commi, in qualche centinaio di pagine cos’è se non la riprova di un impazzimento generale che coinvolge centinaia di uffici, task force, comitati, autorità, agenzie, che chiamiamo burocrazia?

Allora non si sa se sorridere o singhiozzare leggendo le solenni dichiarazioni di ieri del ministro allo Sviluppo Economico Patuanelli: “ Per cambiare davvero l’Italia, per andare alla velocità che ci serve, bisogna abbattere la burocrazia…”, ma è così che lo si fa???

Francesco Chiucchiurlotto