Mentre scrivevo ieri sera i contendenti stavano 147 grandi elettori a 113, per Biden su Trump, mentre lo spoglio dei voti in presenza doveva ancora essere terminato e soprattutto quelli da remoto, cioè il voto per posta, oltre un centinaio di milioni di votanti, doveva cominciare in alcuni stati, e poi finire, sino alla completa consegna ai seggi anche delle lettere spedite il 3 novembre.

Com’è possibile che la più importante, potente, dominante, democrazia del pianeta sia ancora ancorata e vincolata a regole elettorali di fine settecento: un uninominale secco in cui le circoscrizione sono gli stati ed i voti che contano non sono quelli degli americani, ma quelli dei grandi elettori, 270 dei quali daranno il Presidente a 350 milioni di cittadini?

Com’è possibile che nel bel mezzo degli scrutini uno dei candidati proclami la propria vittoria senza alcun riscontro oggettivo, con tanto di insegne e fanfara presidenziale, preconizzando brogli e malversazioni da parte dell’avversario?

Com’è possibile che si inneschino dei procedimenti giudiziari ad urne ancora calde, con stuoli di avvocati con l’obiettivo di vincere la partita a tavolino in una democrazia che è costata guerre, lacrime e sangue per milioni di umani, nella sua esportazione globale?

La risposta credo purtroppo sia nella sua natura di democrazia vecchia, incompleta, inadeguata, assolutamente necessitante di una profonda revisione.

Intanto uno dei cardini fondamentali di una democrazia è la divisione dei poteri ben descritta da Montesquieu nell’Esprit des lois; i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario debbono conservare una propria autonomia ed una trasparente dialettica; negli USA invece il potere giudiziario è sottomesso all’esecutivo, come le nomine della Corte Suprema dimostrano.

Il potere esecutivo incarnato dal Presidente può non tener conto del Parlamento potendo decretare senza alcuna ratifica; l’autonomia federale è esercitata anche sulla materia elettorale, per cui le modalità di voto, a cominciare da quello per posta, divengono terreno di confusione e broglio.

Il bipartitismo perfetto produce una polarizzazione politica che spacca il paese in modo permanente, perché ciascun candidato e ciascun partito  abbandona letteralmente gli stati che non potrà conquistare, e si concentra su quelli decisivi: la conseguenza è che non c’è dialettica nel territorio tra le varie posizioni, e quindi il confronto e la formazione di una pubblica opinione, che sono alla base di ogni democrazia, cessano di avere corso per una specie di fidelizzazione acritica e demagogica.

Le disuguaglianze sociali conservano caratteristiche che annullano di fatto le aspirazioni costituzionali alla felicità ed al sogno americano, che pure la loro Costituzione riconosce.

Insomma chiunque vinca, spero Biden,  anche se un qualsiasi Senatore cinquantenne di bell’aspetto e speranza avrebbe stravinto, dovrebbe assumersi l’onore di cambiare a fondo questi meccanismi elettorali, così assurdi e stridenti con quel che il nostro mondo globalizzato comporta e soprattutto per evitare questo interregno incerto, confuso, intricato, dilatorio, che mette a rischio non solo gli equilibri americani, ma anche i nostri.

Sono o non sono gli USA i campioni ed i responsabili di una democrazia occidentale che ha governato il mondo dal dopoguerra, o tutto è un gran casino?

Francesco Chiucchiurlotto