Partiamo dal principio. Diverse centinaia di persone parzialmente o totalmente non autosufficienti nella Provincia di Viterbo – come altrove – hanno diritto (loro e le loro famiglie) ad un’Assistenza Domiciliare (ADI) fornita gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale: lo impongono i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), e rientra nell’universale diritto alla salute sancito nella Costituzione Italiana.

La ASL viterbese ancora negli anni ’90 – prosegue Roberta Leoni di Rifondazione Comunista (Sinistra Europea), Federazione di Viterbo – era un’eccellenza in materia di Assistenza Domiciliare. Poi sono arrivati i tagli alla Sanità pubblica, il blocco di assunzioni e turnover, e la dismissione di operatori qualificati e appositamente formati per funzioni di assistenza e riabilitazione. Una mossa accuratamente pianificata.

A questo punto, infatti, una volta fatta terra bruciata di risorse e personale competente, per rispettare i vincoli dei LEA fissati dalla legge – dicevano – l’unica strada sarebbe stata quella di esternalizzare e accreditare ai privati.

E così hanno fatto, aprendo la porta al “mercato” di accreditamenti, S.r.L, cooperative o multinazionali, con criteri difficilmente controllabili e centinaia di lavoratori precari o “a chiamata”. Così è accaduto anche a Viterbo, dove pochi giorni fa (25 febbraio) un decreto regionale ha concesso l’accreditamento dell’Assistenza Domiciliare alla società RSA Viterbo S.r.l..

Peccato che la sanità nel Lazio, anche grazie a Zingaretti, continui lo stesso ad attestarsi al di sotto della soglia dei LEA. Lo chiamano “secondo welfare”, ma è il far west che si scatena quando ai privati (che hanno l’obiettivo del profitto) si affida la gestione di un servizio pubblico (che ha l’obiettivo di garantire un diritto).