ROMA – “Il Partito Democratico è stato in grado di tenere insieme una visione nazionale ed europea del problema con le esigenze dei comuni e dei territori di fornire ai cittadini un servizio efficiente, salvaguardando l’ambiente. La legge uscita dall’esame della commissione Ambiente è una buona legge.

 

E paragonata alle norme attualmente vigenti in materia di servizio idrico integrato è decisamente un passo avanti in favore del ruolo del pubblico nella gestione dello stesso”. Lo ha detto Alessandro Mazzoli (foto), deputato del Partito democratico, intervenendo oggi in aula nell’ambito della discussione sulla gestione pubblica delle acque e linee generali della proposta di legge sui princìpi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque.

 

Riportiamo di seguito ampi stralci del suo intervento: “La discussione che si apre oggi riveste una straordinaria importanza: riguarda uno degli argomenti più significativi per la vita dei cittadini e chiama direttamente in causa il grado di civiltà del Paese. La tutela e la valorizzazione delle risorse idriche e la loro gestione secondo criteri di sostenibilità, efficienza economicità e solidarietà sono elementi che indicano il livello di maturità di una nazione e la sua capacità di corrispondere ai propri cittadini in termini di servizi appropriati, cioè in grado di preservare l’integrità e la qualità della risorsa idrica nel presente e per il futuro.

 

L’acqua non è una risorsa infinita e nel mondo 750milioni di persone non vi hanno accesso. L’acqua potabile è un bene limitato che necessita di un uso razionale e responsabile. In questo senso, l’acqua non è solo una risorsa fondamentale ma anche un bene comune. Il Parlamento interviene in materia di governo e gestione delle acqua a 22 anni di distanza dall’approvazione della legge Galli (Legge n.36 del 5 gennaio 1994). La Legge Galli fu concepita per riformare il comparto e consentire all’Italia di superare i limiti e i ritardi che riguardano l’eccesso di frammentazione e disomogeneità nelle gestioni e l’assenza di una politica di investimenti sulla rete che muovesse da una visione d’insieme dei problemi, delle criticità e delle esigenze. Nel nostro Paese la dispersione idrica è di circa il 35% che, in termini assoluti, vuol dire che 3,1 miliardi di metri cubi immessi ogni anno nella rete idrica nazionale finiscono chissà dove. Dal ’94 prese avvio un processo che puntava a governare il ciclo industriale del servizio idrico, spingendo i comuni ad associarsi all’interno degli ambiti territoriali ottimali per realizzare forme di gestione unitaria e integrata.

 

A distanza di oltre 20 anni questa riforma non ci restituisce un processo compiuto. Ci consegna luci e ombre, pregi e difetti della strada intrapresa. Pregi e difetti che investono le forme di gestione scelte dai singoli ambiti. A prescindere infatti dalla loro tipologia, che fossero, pubbliche, pubblico-private o private hanno pesato la qualità delle gestioni, le professionalità investite, la forza dei soggetti gestori di andare al di là dell’ordinario per affrontare la vera urgenza della rete idrica italiana che sono gli investimenti per la modernizzazione delle infrastrutture.

 

Ma i pregi e difetti hanno riguardato anche il grado di consapevolezza delle comunità locali, il livello di condivisione delle scelte, la capacità di superare quei fenomeni di localismo e di campanilismo che hanno impedito e impediscono di realizzare processi credibili di area vasta. E questo anche al prezzo di procedure di infrazione da parte dell’Unione europea. Lo scorso 1 marzo 2016, in occasione di un’audizione presso la commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera proprio sullo stato e sulle conseguenze delle procedure di infrazione dell’Ue in materia ambientale, il ministro Galletti ha evidenziato esattamente questi limiti che sono già oggetti di procedure di infrazione da parte di Bruxelles.

 

La piena attuazione del servizio idrico integrato è infatti condizione indispensabile per:

 

Rafforzare la governance complessiva delle risorse idriche in un’ottica di gestione integrata;
Migliorare la gestione del servizio idrico integrato delle acque secondo i principi di efficacia, efficienza ed economicità;
Migliorare la ricognizione delle infrastrutture esistenti, nonché la pianificazione e realizzazione degli interventi;
Dare attuazione alle disposizioni e agli indirizzi comunitari e nazionali in materia di politiche tariffarie al fine di generare introiti finanziari da destinare prioritariamente alla realizzazione degli interventi di depurazione e fognatura;
Accelerare la realizzazione degli interventi in materia di raccolta e depurazione delle acque reflue, anche al fine di superare i contenziosi comunitari.

 

E’ proprio la mancata realizzazione del sistema idrico integrato in molte regioni interessate dal contenzioso europeo che ha messo in evidenza le difficoltà delle amministrazioni locali nell’adeguare la dotazione infrastrutturale. Si è manifestata l’incapacità progettuale, finanziaria e di spesa nella realizzazione degli interventi fognari e depurativi necessaria all’adeguamento alla normativa europea di settore. Ad oggi il governo ha diffidato le regioni: Campania, Calabria, Molise e Sicilia ad adempiere all’individuazione dell’ente di governo d’ambito; Abruzzo e Basilicata a provvedere alla piena costituzione dei rispettivi enti di governo d’ambito in quanto, sebbene individuati, non sono ancora operativi.

 

Questo insieme di problemi che costituisce il bilancio degli ultimi 20 anni sono alla base della necessità di un nuovo intervento in grado di orientare e completare l’opera di riforma del settore. Il tutto tenendo presente la forte sensibilità dei cittadini intorno alla tematica dell’acqua, che richiama tutti all’assunzione di responsabilità per elaborare e proporre soluzioni funzionali, senza cercare scorciatoie che finirebbero per aumentare i problemi aperti.

 

Non c’è dubbio che dietro al risultato del referendum del giugno 2011 c’è la grande attenzione e il grande interesse dei cittadini in merito alla risorsa idrica, al patrimonio che rappresenta, alla salvaguardia del bene e alla qualità della gestione. Ma che cosa abbiamo votato al referendum? Con il referendum sono state abrogate due norme che riguardavano il servizio idrico: una vietava la gestione diretta e quindi pubblica del servizio idrico perché imponeva la gara ad evidenza pubblica e l’affidamento a terzi della gestione del servizio; l’altra garantiva una remunerazione minima certa dei capitali che finanziano i relativi investimenti.

 

Dunque qual è la situazione dopo il referendum? La gestione può essere pubblica e la remunerazione degli investimenti dipende dai tassi di mercato e dalla rischiosità delle operazioni finanziate. In questo quadro, io ho sempre considerato utile lo stimolo venuto dalla legge di iniziativa popolare sulla “ripubblicizzazione del servizio idrico” perché raccoglieva un sentimento diffuso nel Paese e offriva un punto di vista in grado di favorire e orientare il confronto parlamentare. Per queste ragioni ne sono stato uno dei firmatari.

 

Dopodiché, l’idea per la quale siccome è una legge di iniziativa popolare il Parlamento deve approvarla così com’è per me non è condivisibile. Non certo per un atteggiamento di superiorità e di distacco che non ci appartiene, ma per la semplice ragione che è compito del Parlamento approfondire, innovare le norme stando dentro il quadro di compatibilità nazionali ed europee, ragionare sulla sostenibilità e sull’opportunità di investire, nella migliore delle ipotesi, un miliardo di euro per acquistare o acquisire le loro quote nelle gestioni in essere.

 

Voglio essere chiaro. Se avessi la certezza di avere a disposizione un miliardo di euro non lo regalerei ai privati. Lo userei per rinnovare e ammodernare le reti e gli acquedotti. La battaglia referendaria è stata vinta perché a una maggioranza di italiani è apparsa ingiusta l’idea di una privatizzazione forzata della gestione del servizio idrico. Ingiusta perché irrispettosa dell’autonomia e della libertà delle comunità locali di realizzare il proprio modello di governo e di gestione.

 

Per lo stesso principio non appare giusto sostituire l’obbligo alla privatizzazione con l’obbligo alla ripubblicizzazione. E’ nelle comunità locali, nel principio del buon governo che viene dal basso che noi dobbiamo riporre fiducia, costruendo norme che orientino le pratiche migliori. Dunque, noi abbiamo raccolto il mandato referendario. E abbiamo delineato e costruito norme che offrono sia un orientamento chiaro del legislatore sia gli strumenti per sostenere una gestione efficiente ed efficace. Il diritto all’acqua è un diritto umano essenziale e l’erogazione giornaliera per l’alimentazione e l’igiene umana è considerata diritto umano universale e si basa su un quantitativo minimo vitale gratuito che è fissato fino a 50 litri giornalieri per persona. Inoltre, viene indicato che le acque superficiali e sotterranee costituiscono una risorsa salvaguardata e tutelata secondo criteri di efficienza, responsabilità e sostenibilità, oltre che di solidarietà.

 

Si stabilisce una scala di priorità sull’uso dell’acqua. Prima di tutto per l’uso umano, poi per l’agricoltura e l’alimentazione animale. Per gli usi diverso da questi, è favorito l’impiego dell’acqua di recupero delle acque piovane e di trattamento delle acque di prima pioggia. Infine, si prevede la possibilità di introdurre nel piano di bacino distrettuale, previsto dal codice dell’Ambiente, misure per garantire un uso reciproco e solidale delle risorse idriche tra bacini idrografici con disparità di disponibilità della risorsa idrica. Per quanto riguarda l’affidamento del servizio idrico integrato, pur rimanendo praticabili le tre opzioni (pubblica, misto pubblico-privata e privata), si dà priorità all’affidamento diretto in favore di società interamente pubbliche, partecipate da tutti gli enti locali ricadenti nell’ambito territoriale ottimale e che rispettino i requisiti dell’affidamento in-house. In questo modo, si esprime un orientamento dell’Italia e un’indicazione di priorità per le società pubbliche interamente partecipate dagli enti territoriali. Questa scelta si compie nell’articolo 4. Nello stesso articolo 4 si prevede una costante attività di verifica da parte dell’ente di governo dell’ambito circa l’attuazione del piano d’ambito, nonché una verifica complessiva da parte del medesimo ente nei confronti dell’attività svolta dal gestore del servizio, almeno 24 mesi prima della scadenza della concessione.

 

Altro capito importante è rappresentato dalle fonti di finanziamento del servizio idrico integrato, finanziato da un lato dalla tariffa e dall’altro da risorse nazionali e comunitarie che vengono destinate agli enti di governo d’ambito per le opere infrastrutturali, con priorità data agli interventi per i quali sono in corso procedure di infrazione comunitaria. Tra l’altro, si prevede che i finanziamenti concessi dalla Cassa Depositi e prestiti, volti al finanziamento in materia ambientale, siano destinati prioritariamente alle società interamente pubbliche per interventi sulla rete. Si introducono norme per aumentare la trasparenza delle bollette, evidenziando nelle stesse i dati relativi agli investimenti sulle reti per acquedotto, fognatura e depurazione unitamente alle relative spese; i dati sui livelli di copertura dei citati servizi; i parametri di qualità delle acque e la percentuale media complessiva delle perdite idriche nelle reti, in base a specifica delibera dell’Aeegsi.

 

Inoltre, sempre a tutela del cittadino, al fine di assicurare un governo democratico del servizio idrico, la norma prevede che gli enti locali adottino forme di democrazia partecipativa per le decisione sugli atti fondamentali di pianificazione e programmazione. Si prevede che i soggetti gestori rendano pubbliche le informazioni e le analisi relative alla qualità delle acque ad uso umano, al monitoraggio delle perdite delle infrastrutture idriche e alle performance di gestione aziendale.

 

Il pacchetto di misure da noi proposto spinge per il rafforzamento del potere di controllo democratico dei cittadini sulla risorsa idrica e nello stesso tempo irrobustisce il ruolo dei comuni e degli enti locali nella fase di governo del processo e in quella di gestione del servizio. Infine, non ci sottraiamo alla grande sfida dell’accesso all’acqua potabile da parte di tutti gli abitanti del pianeta e alla necessità di contribuire alla costituzione di una fiscalità generale universale che la garantisca. Per questo, viene istituito un fondo nazionale di solidarietà internazionale presso il ministero degli Affari esteri da destinare a progetti di cooperazione in campo internazionale che promuovono l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, finanziato con un prelievo in tariffa di un centesimo per metro cubo di acqua erogata”.

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