In un recente documento approvato dal Circolo della Bolognina del PD bolognese, si parla di Bad Godesberg, la cittadina in cui si tenne il famoso congresso dell’SPD, i socialisti tedeschi, in cui nel 1959 sistematizzando il revisionismo al marxismo classico si inaugurava la stagione europea della socialdemocrazia.

Nel 1971, aggiungo io, ad Epinay, un sobborgo di Parigi, si tenne il congresso dei socialisti francesi, che avviò la leadership unitaria di Francois Mitterand sul PSF e contribuì a consolidare a lungo le caratteristiche della sinistra europea.

Dal Bad Godesberg traemmo la parola d’ordine fondante: IL PRIVATO QUANDO SI PUO’, IL PUBBLICO QUANDO SI DEVE, che fece le fortune del welfare system; dal secondo soprattutto un meccanismo di regole congressuali a doppio turno, che di una miriade di formazioni e correnti minoritarie ed ininfluenti, realizzò un robusto partito di massa nazionale.

Quel che mancò in Italia in quella stagione fu proprio l’ occasione di collegarsi al movimento socialdemocratico europeo, a causa della presenza e dell’egemonia nella sinistra, del più forte partito comunista dell’Occidente.

Di converso il cosiddetto FATTORE K costituì una rendita elettorale per la Democrazia Cristiana ed i suoi satelliti sviluppando una cultura politica dominante, quella cattolica, ed una minoritaria socialista.

Quindi, con tutti i rischi che questo ragionamento a sciabolate comporta, si può sostenere che non abbiamo avuto storicamente forme di governo socialdemocratiche né integralmente cattolico-conservatrici, ma continui ibridi in costante evoluzione; come il periodo del compromesso storico e la non-sfiducia, che con il trauma del Caso Moro, gli anni ’80, Tangentopoli e Berlusconismo, hanno portato nel 2007 all’ennesimo nuovo tentativo di sintesi ibrida, quella del Partito Democratico.

Oggi si pone la questione se continuare in questo tentativo o abbandonarlo per altre ipotesi, e credo che ci possano essere le condizioni per continuare, se esse saranno precise, comprensibili, dettate e fatte osservare con grande determinazione.

  1. Il recupero del meglio delle istanze socialdemocratiche, dopo le illusioni della “Terza via”, unitamente al solidarismo cristiano, sociale ed istituzionale (attualità di Sturzo), entrambi nel quadro costituzionale tracciato.
  2. Un riferimento storico-ideale all’unica Rivoluzione ancora spendibile come valori e propulsione, quella Francese del 1789, che ne costituisce la sintesi ideologica di libertà-uguaglianza-solidarietà, da aggiornare, innovare e precisare naturalmente.
  3. Una forma partito che si liberi dalle illusorie scorciatoie sulla rappresentanza plebiscitaria da primarie e torni al confronto tra uguali ed al potere agli iscritti, cambiandone radicalmente le regole statutarie.

Il congresso del PD in svolgimento confuso ed anche noioso, presenta la novità di Elly Schlein; candidatura di “rottura necessaria ed utile”, come è stata definita, che può veramente innescare processi di trasformazione nuovi e vincenti.

Da lei ci si attende, accanto all’entusiasmo della volontà che dimostra, un pragmatismo politico della ragione e delle ragioni che sostiene, perché la politica dei nostri giorni, intrisa di spregiudicatezze, populismi, trasformismi, non farà sconti, e da essa Elly va protetta.

 L’altra di riferimento, quella di Stefano Bonaccini ricorda l’”usato sicuro” di bersaniana e non felice formula e quella di Paola De Micheli appare defilata; c’è poi quella di Gianni Cuperlo, che pare proprio un quarto incomodo.

Francesco Chiucchiurlotto

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