“L’approvazione della riforma costituzionale è un passaggio storico per l’Italia”

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ROMA – “Con l’approvazione della riforma costituzionale, il Governo e il Parlamento proseguono sulla strada del cambiamento necessario a modernizzare l’Italia. Era un passaggio non più rinviabile, per rafforzare il sistema e affrontare al meglio le sfide attuali e future.

 

In questo modo, il nostro Paese sarà più competitivo e potrà ingranare la marcia sulla via dello sviluppo. Quello di ieri alla Camera dei deputati è stato un passaggio storico: abbiamo concretizzato una riforma attesa da decenni, che chiude la seconda Repubblica e proietta l’Italia nel futuro, con maggiore credibilità in Europa e nel mondo”. Così Alessandro Mazzoli, deputato del Partito democratico, commenta il via libera definitivo di ieri con 367 voti a favore e 7 contrari, del cosiddetto ddl Boschi. Dal momento che la legge non ha ottenuto la maggioranza dei 2/3, a ottobre verrà sottoposta a referendum popolare, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione.

 

“Sono stati due anni di confronto molto intenso che ha impegnato non solo il Parlamento e i partiti, ma tutti i livelli istituzionali e il Paese intero. E tutto questo – spiega Mazzoli – è avvenuto dopo circa un trentennio in cui in Italia si è invocata, e inseguita la riforma della seconda parte della Costituzione senza, purtroppo, riuscire ad arrivare fino in fondo. Insomma, non è un problema di fretta o di scarsa disponibilità al confronto. Tutt’altro. Ma l’Italia ha bisogno di voltare pagina. E ne ha bisogno ora”.

 

Quindi, un commento su quanto avvenuto alla Camera al momento della votazione. “L’assenza dall’Aula delle forze di opposizione nel momento del voto finale di ieri non è stata certo una bella immagine. Ma a mio giudizio – aggiunge Mazzoli – è stata una forzatura che non corrisponde alla realtà delle cose e alla realtà delle diverse posizioni in campo. La riforma approvata raccoglie largamente, non solo il confronto di questi due anni, ma il percorso degli ultimi decenni e a cui hanno partecipato tutte le forze politiche. Ora la parola passerà ai cittadini attraverso il referendum confermativo che, nel prossimo autunno, rappresenterà un momento alto della democrazia italiana. Spero che il confronto dei prossimi mesi favorirà il massimo di partecipazione popolare e anche il massimo della comprensione reciproca tra le diverse posizioni. Perché in gioco non c’è il destino dei singoli ma il futuro dell’Italia”.

 

LA CRONISTORIA

 

La legge reca il titolo “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”. È stata presentata per la prima volta in aula l’8 aprile 2014 per poi essere approvato in prima lettura dal senato l’8 agosto dello stesso anno. Il testo è così passato per la seconda approvazione alla Camera, e approvato il 10 marzo 2015 per poi essere trasferito da un ramo all’altro del parlamento (l’articolo 138 della costituzione stabilisce che le leggi di revisione costituzionale debbano essere “adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi”). L’iter è così proseguito: approvazione in Senato il 13 ottobre 2015, alla Camera l’11 gennaio 2016, e di nuovo 20 gennaio 2016 senato e infine l’approvazione definitiva alla Camera il 12 aprile 2016.

 

COSA PREVEDE?
FINE DEL BICAMERALISMO PERFETTO Solo la Camera dei deputati avrà il rapporto fiduciario con il governo e voterà le leggi. Il Senato è chiamato a votare solo in alcuni casi specifici ovvero per leggi che regolano i rapporti dello stato con l’Unione europea e gli enti territoriali, per le leggi di revisione costituzionale e leggi costituzionali e quelle che riguardano i referendum popolari. Inoltre, solo la Camera dei deputati potrà essere sciolta dal presidente della Repubblica e non sarà più il presidente del Senato, bensì quello della Camera, la seconda carica dello stato, deputata a fare le veci del presidente della Repubblica in sua assenza.

 

COME CAMBIA IL SENATO Il Senato delle autonomie sarà un organo rappresentativo delle istituzioni territoriali. Sarà composto da 100 membri, novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali – tra cui 21 sindaci – e cinque senatori che possono essere nominati dal presidente della Repubblica. Non è prevista alcuna indennità aggiuntiva per i senatori, dal momento che percepiscono già un’indennità che deriva dalla loro carica elettiva nell’ente territoriale. Sarà una legge elettorale a stabilire come di fatto verranno eletti i 95 senatori.

 

SENATORI A VITA I senatori a vita saranno solo gli ex presidenti della Repubblica. Il presidente della Repubblica avrà il diritto di nominare 5 senatori che rimarranno in carica 7 anni e non potranno essere rinominati. Gli attuali senatori a vita, Elena Cattaneo, Carlo Rubbia, Renzo Piano e Mario Monti manterranno il loro posto.

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Con la riforma costituzionale cambia la nomina del presidente della Repubblica, che sarà eletto solo da deputati e senatori senza i delegati regionali (dal momento che gli stessi senatori sono espressione degli enti territoriali). Cambiano anche i quorum per l’elezione: ai primi tre scrutini servirà la maggioranza dei 2/3, dal quarto al sesto i 3/5 degli aventi diritto e dal sesto i 3/5 dei votanti.

 

REFERENDUM Verranno introdotti due nuovi tipi di referendum, quello propositivo e quello di indirizzo. Per le leggi di iniziativa popolare saranno necessarie 150mila firme. Cambia anche il quorum per i referendum abrogativi. Per rendere valido il voto sui quesiti referendari non sarà più necessario l’attuale 50% degli aventi diritti al voto, ma la maggioranza degli elettori che si sono recati alle urne alle ultime elezioni per il rinnovo della Camera se la richiesta viene avanzata da 800mila elettori. Resta l’attuale limite del 50% degli aventi diritto se se la richiesta viene invece avanzata da un numero di elettori compreso tra 500mila e 800mila.

 

RIFORMA DEL TITOLO V Viene eliminata la competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni e vengono trasferite allo Stato alcune materie che finora facevano parte della competenza concorrente, attualmente prevista dall’articolo 117 della costituzione.

 

Nello specifico, lo Stato mantiene la competenza su politica estera, difesa, sicurezza interna e ordine pubblico, politica monetaria e risparmio, immigrazione, giustizia. La riforma assegna allo Stato la potestà legislativa in materie di interesse strategico nazionale che prima erano affrontate “in concorrenza” con le Regioni: istruzione; ordinamento scolastico; università e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute e sicurezza alimentare; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni; commercio con l’estero; tutela e valorizzazione paesaggistici; ordinamento sportivo; attività culturali e turismo; governo del territorio; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione; porti e aeroporti.

 

Alle Regioni vengono assegnate le seguenti materie: pianificazione del territorio; programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali; promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale; promozione del diritto allo studio; disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici; valorizzazione e organizzazione regionale del turismo. Viene introdotta la clausola di supremazia: su proposta del Governo la legge dello Stato può intervenire in materie regionali quando sia richiesto dalla tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica o la tutela dell’interesse nazionale.

 

ABOLIZIONE PROVINCE E CNEL Il ddl Boschi ha sancito l’abolizione delle Province, lasciando come enti territoriali solo i Comuni, le Città metropolitane e le Regioni. Abolito anche il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

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