C’è una frase di Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti, per due mandati sino al 1809, intellettuale e perfino inventore, sulla quale riflettere oggi nel bel mezzo di una crisi pandemica, politica, socioeconomica; eccola:

“Tremo per il mio Paese, al pensiero di ritrovarci con i governanti che meritiamo”.

Il concetto sottesovi è che in una democrazia, come quella americana o quelle occidentali che anche in Italia pratichiamo, il governo del popolo, dal popolo, per il popolo (Abraham Lincoln Gettysburg 1863), deve essere rappresentato o meglio composto, dalle migliori persone che quel popolo riesce ad esprimere; guai a rappresentare il peggio, il superficiale, l’istintivo, la “pancia”, come si suol dire.

La preoccupazione di Jefferson era fondata sulla conoscenza dell’animo umano nell’accezione diffusissima del suo senso comune, che si matura in una società istintiva, primitiva e mediamente ignorante ed illetterata, e quindi facile preda di demagoghi, cialtroni e ciarlatani, che una volta arrivati al potere avrebbero determinato rovina e decadenza.

Si poneva già da allora la conflittualità tra popolo ed èlites, tra governo dei tanti e quello dei migliori, nel contesto che la democrazia, da Pericle in poi, pone nelle sue infinite varianti.

Quel “meritiamo” della frase, non è altro che la constatazione che l’espressione della volontà popolare attraverso l voto, se non intercetta persone, culture, prassi, attitudini, “Virtuose”, rischia di provocare il peggio.

La domanda implicita è: se tale personale politico, tali culture amministrative ed attitudini al buon governo, non ci sono, si rischia che il voto, il ricorso alle elezioni, al pronunciamento del popolo determini, non una soluzione, ma una dissoluzione?

Veniamo ai casi nostri: dal 1994 con la famosa ed irripetibile “discesa in campo”, si è iniziato a delegittimare la politica dei professionisti come di chi ha a cuore solo la poltrona (che in democrazia si chiama seggio), di chi non ha mai “lavorato”; sino alla quintessenza dell’egualitarismo populista dell’ ”uno vale uno”.

Competenza, studio, curriculum, cursus honorum, carattere, sono stati subordinati da allora a due modalità di selezione della classe politica: l’adattabilità, fedeltà, sottomissione al capo che si costruisce e governa il proprio partito a suo uso ed immagine; occasionalità anche informatica, del chi viene viene, del chi mai fatta politica, eccomi a voi…

Giovinastri o meno, dal bell’eloquio, acquisiti alle vecchie ritualità, ogni tanto una laurea 110 cum laude, belle presenze al femminile ed al maschile, oppure figli, nipoti, parenti vari, di questo o quell’ onorevole; poi chi fa le tessere, porta voti, appalti: “business is usual”.

Un microcosmo fascinoso, ma non affascinante, che possiamo chiamare quello del “Tasmania People”, (dalla lana del tessuto comunemente indossato di grisaglia, sul blù predominante dell’abito giacca pantaloni, talvolta doppiopetto o gilet, e qualche volta in sfumature (50) di grigio), che si agita nel quadrilatero di 4 piazze romane: Piazza Venezia, Piazza di Spagna, Piazza San Lorenzo in Lucina e Piazza Navona.

E’ tutto lì il milieu in cui attingere per eventuali nuove palingenetiche elezioni? Pensiamoci sopra attentamente prima di decidere: “ Tremo per il mio Paese… se è solo quello…”

Francesco Chiucchiurlotto