Barbara Palombelli, commentando un caso concreto a FORUM di una moglie aggressiva col marito, ha allargato l’analisi ponendo una domanda che ha come riferimento i recenti drammatici femminicidi, 8 in una settimana, dicendo:

“… è lecito domandarsi se questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati o c’è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte?”

Un esposto dell’Ordine dei giornalisti con richiesta di sanzioni disciplinari, critiche, proteste, levata di scudi di politici, intellettuali, lettori e quant’altri costituiscano una opinione pubblica informata, hanno subissato la Palombelli, la quale ha replicato spiegando e scusandosi di non essere stata capita.

In effetti la formulazione è infelice, quasi a sottendere una sorta di par condicio tra vittima e carnefice, tra provocante e provocato; ma ritengo che la frase meriti un qualche approfondimento, se non altro per esplorare la conoscenza di un fenomeno inquietante ed in crescita come il femminicidio e farlo sul versante meno indagato, quello del maschio.

La famiglia patriarcale che ha contrassegnato con i suoi caratteri, le sue dinamiche, i suoi valori per secoli la nostra specie, o è in crisi profonda ed irreversibile o semplicemente non c’è più: essa era improntata nettamente sulla gerarchia maschile prevalente, e sulla subordinazione della donna alla figura/istituzione paterna e poi maritale.

Anche i ruoli sociali erano netti, e non starò a descriverli, e la violenza sulle donne si esercitava nell’unico luogo ad esse riservato, la casa; all’esterno per motivi di onore, la violenza che giungeva al delitto era al maschile, esercitata sugli uomini che avessero violato le regole monogamiche.

Cosa si sta sostituendo alla famiglia patriarcale? C’è ancora bisogno di una famiglia come l’abbiamo sinora concepita, moglie, marito, figli? La rivoluzione femminile che fa tremare regimi autoritari, teocratici, “talebani” può avere una sua affermazione compiuta e ripristinare un nuovo equilibrio?

Queste sono le domande che dovrebbe interessare tutti, femmine e maschi.

Sull’epigrafe del suo contatto whatsapp un mio corrispondente ha scritto:

”Se si parla solo di Cappuccetto Rosso, il Lupo è sempre il cattivo!”

Questi non si voleva certo riferire al caso dei femminicidi, ma cito la frase per dire che la loro mostruosità, la loro diffusione senza distinzioni geografiche, o di ceto e cultura non è sufficientemente indagata, e soprattutto non può limitarsi al cordoglio, allo sconcerto, alla rabbia che provocano, ma hanno bisogno di risposte efficaci, di prassi sociali, di educazione scolastica e familiare, di riflessioni collettive e soprattutto di una lotta serrata a ciò che produce il femminicidio.

Viviamo in una società che ha fatto della donna un’icona per vendere e consumare, riducendola a gadget di supporto al prodotto; che ha fatto della femmina un elemento di welfare disponibile come diritto acquisito, e se il mezzo è il messaggio, la pervasività, l’esplicitazione, anche direi l’imposizione di tutto ciò acquisisce caratteri di costume e cultura quasi invincibili, incontrastabili proprio perché ormai mediatici, normali e condivisi.

L’uomo, il maschio che non governa questi fattori, se non ha un substrato psicologico e caratteriale adeguato si smarrisce, sbrocca, risponde con la violenza, verso la donna, ma anche verso se stesso; il suicidio consegue spesso al femminicidio come autopunizione per il proprio fallimento non solo personale, ma sociale.

Credo che questo volesse significare la domanda della Palombelli, cioè indagare senza il dannato politicamente corretto, su tutti gli aspetti del dramma e non per cercare colpevoli e innocenti che già ben si conoscono, ma per cercare nuovi aspetti per nuove soluzioni.

Francesco Chiucchiurlotto