“Oggi è stata approvata la legge sui bio-distretti, che ha avuto un iter veloce, forse troppo veloce visto che non è stato possibile neanche entrare nel merito nella relativa commissione, ambiente ed agricoltura – spiega la portavoce M5S Lazio Silvia Blasi – . Avevo presentato numerosi emendamenti, l’unico modo per consentire ad un consigliere di opposizione di apportare un contributo in funzione delle proprie idee e convinzioni.
Innanzitutto, bene che ci siano i Distretti del Biologico nel Lazio quali ulteriori strumenti per promuovere la qualità ambientale e delle produzioni agricole. Quindi la legge può essere una base di partenza, soprattutto se discussa in commissione, purché però impatti sul territorio.
Che significa impattare sul territorio? Un distretto biologico è il luogo dove vengono messe a sistema pratiche eco-sostenibili nei diversi settori produttivi – continua la consigliera Blasi – da quello agricolo alla gestione dei rifiuti, dalle acque e dalle risorse naturali, ovvero i beni comuni. Tutte pratiche per le quali i soggetti partecipanti il distretto, sia pubblici che privati cooperano per ottenere un territorio ad alta valenza ambientale, paesaggistica, culturale e in cui si stringe un’alleanza nonché un patto tra le imprese agricole, i consumatori, le istituzioni, affinché questa pratica non resti solo un modello su carta ma faccia evolvere – dal basso – una comunità e il suo territorio. Anche dalle audizioni era emersa l’attenzione delle imprese e delle associazioni affinché gli interessi pubblici e privati coincidessero per poter spingere nella stessa direzione, evitando vantaggi a favore di un solo soggetto. Ma tutto questo non è nella legge!
Anzi, si rischia esattamente di fare gli interessi di pochi, con la legge appena approvata: perché la norma è vuota, non ha definito i requisiti e gli obiettivi del distretto biologico ma ha dato un riconoscimento normativo ad una presenza agricola biologica non quantificata né definita. Insomma il beneficiario della norma sembrerebbe essere il soggetto promotore del bio-distretto, che acquisirebbe l’uso di un marchio, quello del distretto biologico, senza che questo apporti un concreto valore aggiunto al territorio, e rischiando di trarre persino in inganno il cittadino, il quale crederà di trovare un’area significativamente dedita al biologico quando invece non è scritto da nessuna parte, visto che la legge non prevede neppure un percentuale minima di imprese agricole convertite al biologico per il riconoscimento del biodistretto.
Per non parlare di pratiche ecocompatibili, gestione virtuosa dei rifiuti: completamente assenti nella misura approvata.
Dire BIO non significa dire buono. Io sono dalla parte dei consumatori e degli agricoltori, per questo ricordo loro, come a tutti i cittadini, che una legge che non si pone obiettivi né fornisce definizioni chiare ma si preoccupa di istituire un fondo economico per la promozione dei bio-distretti attraverso convegni, attività di educazione alimentare, concorsi, mostre e fiere; pubblicazione di cataloghi e siti web, vuol dire occuparsi solo di “un certo territorio”, rischiando di promuovere pochi soggetti e di farlo per attività che non sono neppure lontanamente legate al territorio ma al massimo al marketing e alla comunicazione.
Avere a cuore un territorio e l’agricoltura vuol dire difenderlo e farlo crescere, attraverso il finanziamento delle imprese agricole biologiche. Non invece finanziare un bio-distretto per l’attività convegnistica!”.

Commenta con il tuo account Facebook