VITERBO – “Dopo tanti anni, sulla scheda elettorale per Camera e Senato tornano la falce e il martello. A Viterbo, come nel resto del Paese, il Partito Comunista non fa promesse ma presenta un progetto, non un programma elettorale. Abbiamo deciso di rimetterci la faccia e i nostri simboli, quelli storici del Lavoro; senza nostalgie alcune (la maggior parte dei nostri candidati in Italia prima della caduta del Muro di Berlino non era ancora nata), per riproporre un progetto e un ideale non impossibili da spiegare: dare il potere ai lavoratori e alle classi meno abbienti. Le classi sociali non si sono affatto «estinte», in questi anni; al contrario, con la crisi e la concentrazione delle ricchezze, addirittura il ceto medio è stato proletarizzato ed è di fatto scomparso: esistono solo poveri e ricchi, sfruttati e sfruttatori. Solo che i primi siamo tutti, gli altri pochissimi. Oggi 8 (avete capito bene, otto) persone nel mondo possiedono quanto posseduto dalla metà più povera del pianeta, oltre tre miliardi e mezzo di persone. In Italia il rapporto non è lo stesso, ma non si discosta di molto. È nostalgico, fuori dalla storia dire che vogliamo che gli sfruttatori smettano di affamare i popoli? Che, in un mondo governato dal consumismo e che vive ben al di là delle sue possibilità e delle sue risorse energetiche, siano i lavoratori a decidere quali siano i bisogni «veri», e quindi cosa produrre, quanto produrre e beneficiare di una diversa distribuzione delle ricchezze? I tempi sono cambiati, è vero. Ma questo è un motivo che non contrasta le nostre ragioni, anzi le avvalora: con la crisi sono sparite le politiche riformiste. Perché queste esigono molte risorse economiche e si possono attuare quindi solo in tempo di «vacche grasse».

Anzi, quando oggi sentiamo parlare di riforme, in realtà di tratta di controriforme, di giganteschi passi all’indietro. Prima di questo c’erano stati anni di lotte, che avevano portato i lavoratori a ottenere molte conquiste: decenni di lotte e di scioperi che avevamo portato alle tutele sul lavoro, ai contratti nazionali. Ma appunto c’erano risorse con le quali i padroni potevano permettersi tutto questo. A cosa assistiamo ora? Sono bastati pochi anni di crisi per cancellare tutto questo: siamo tornati in molti casi al lavoro a cottimo, a contratti diversi tra uomini e donne, a contratti diversi nella stessa azienda per personale che svolge le stesse mansione; qualcuno parla addirittura di «contratti individuali»! Di questo passo, dove arriveremo? Anzi, dove siamo già arrivati? In un mondo che insegna valori come supremazia e individualismo e che non sa più dove siano di casa la solidarietà e la giustizia, l’obiettivo è naturalmente dividere: questo significa, nei fatti, mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, innescare «guerre tra poveri» – puntualmente, nella storia, vinte dai ricchi – le quali ovviamente non scalfiscono assolutamente i privilegi e il potere di chi li sfrutta.

Questo discorso vale anche nei confronti del problema dell’immigrazione. C’è, e non lo neghiamo, un problema di sicurezza, è sotto gli occhi di tutti. Ma sono davvero «loro» a impoverirci? O è piuttosto la possibilità di «usarli» come forza lavoro a basso costo a creare conflitti, a diffondere convinzioni come quella che siano loro a portarci via il lavoro? Se, come noi proponiamo, ci fosse un salario minimo garantito (e non l’elemosina di un reddito di cittadinanza, perché solo un lavoro certo e tutelato dà dignità), i lavoratori sarebbero alleati tra di loro e non nemici: soprattutto non ci sarebbero «aste al ribasso» sul salario, corse allo stesso misero posto offrendosi a meno di un altro. È possibile oggi far questo con i vincoli imposti dall’Europa, da una politica governata dalla finanza (al contrario di come dovrebbe essere) e dal grande capitale? Certamente no, per questo bisogna scardinare quei meccanismi, e lo si può fare solo uscendo dall’Europa e dalla NATO (organizzazione «fuori dal tempo» che ci impegna in missioni di pace in decine di Paesi. Quante scuole e ospedali potremmo costruire con quei soldi?). Questa parola d’ordine non deriva dal populismo, da frasi sovraniste del tipo «l’Italia agli italiani». Su questo tema ci differenziamo profondamente dalla destra, la quale cavalca la xenofobia e che ha parole d’ordine che sono simili solo apparentemente. Perché evidentemente per qualcuno se il padrone è McDonald o Marchionne è diverso, se è cinese o tedesco o italiano fa differenza. O se, al contrario, è un padrone italiano – magari dopo aver intescato anni di contributi pubblici – a trasferire la sua azienda all’estero per ampliare i margini di profitto? Lo la vediamo in modo diverso; noi diciamo: «l’Italia ai lavoratori», cosa ben diversa. È semplicemente il progetto politico che ci differenzia; e, in un mondo dove l’antipolitica la fa da padrone, non è poco.

Cosa fare in concreto? Nell’ottica della tutela del lavoro al primo posto, vogliamo l’abolizione immediata di leggi come la Fornero, che vuol vedere i lavoratori spremuti fino alla fine e magari morire sul posto di lavoro; l’abolizione immediata della legge sulla scuola (che abitua giovani studenti ancora minorenni allo sfruttamento del domani) e il ritorno a una vera scuola libera, pubblica e accessibile a tutti. Basta con i finanziamenti alle scuole private, basta con la trasformazione di scuole in aziende concorrenti tra di loro. Oggi si vedono addirittura cartelli pubblicitari con i quali una scuola pubblica chiede ai genitori di iscrivere i figli in quella invece che in un’altra! Concorrenza tra le scuole pubbliche, l’esatto contrario della scuola di tutti prevista dalla Costituzione.

Siamo per la difesa della sanità pubblica, ove ognuno abbia la possibilità di curarsi, ovunque in Italia. Non solo in funzione dell’ammontare del proprio conto in banca, visto che oggi le politiche sanitarie (ma in tutti i settori succede la stessa cosa), spingono i pazienti, per evitare attese infinite, verso i privati.

Allo stesso modo nel mondo del lavoro si «esternalizza», si decentra. Finte partite IVA per evitare contributi, cooperative per risparmiare sulla mano d’opera, non solo nel privato ma purtroppo anche nel pubblico. Siamo per la fine di tutto questo e per le assunzioni a tempo indeterminato da parte delle strutture pubbliche. Invece ora ci dicono che esistono i patti di stabilità, i blocchi delle assunzioni e tante altre cose che derivano dagli accordi europei e da un debito pubblico che non hanno certo accumulato i lavoratori, bensì le tangenti, le privatizzazioni, le consulenze milionarie, i profitti di pochi ai danni dello Stato. E allora: il debito pubblico lo paghi chi lo ha procurato, chi si è arricchito facendo addirittura fallire aziende pubbliche; non certo i lavoratori!

Ci parlano di ripresa: ma per chi? Ma ci guardiamo in giro? Basta vedere gli aumenti di tutte le tariffe nel 2017 per capire come la gente stia ogni giorno peggio di prima. Festeggiamo l’aumento dell’1.5 % del Pil o dovremmo invece chiederci nelle tasche di chi finisca quell’aumento? Non certo nelle nostre, ovviamente in quelle dei «soliti noti».

Ora la gente è disorientata. Partiti che si fondano sul rifiuto della politica, che non daranno fastidio ai poteri veri. Partiti che hanno le loro fondamenta solo nelle paure e nelle incertezze della gente. Campagne elettorali su temi finti, come i rimborsi, armi di distrazioni di massa per non parlare dei problemi veri. Tutti promettono e non dicono dove prenderanno i soldi per mantenere le promesse, mentre noi sappiano che useremo le risorse accumulate con lo sfruttamento. Ma si vedono anche Partiti, alla sinistra del PD, che – ma dovremmo ragionare al di là delle loro dichiarazioni di facciata e/o elettorali – si scagliano contro leggi che, forse se ne sono dimenticati, sono state approvate anche con i loro voti; vediamo formazioni che, dopo Arcobaleno, Ingroia, Tsipras e ogni sigla utile al superamento della soglia di sbarramento, continuano a formare cartelli elettorali per entrare nelle Istituzioni (cartelli che puntualmente si sciolgono dopo il voto).

Infine c’è un partito che chiede una cosa facile da descrivere e difficilissima da fare: oggi, in una società piramidale dove in pochi hanno tutto mentre la base – lavoratori, disoccupati, ceto medio – sopravvive a stento, qualcuno vuole «rovesciare» quella piramide. Quel qualcuno è il Partito Comunista: per un’equa distribuzione delle ricchezze, che parta dai bisogni delle persone, per una vera giustizia sociale. Insomma, in una parola sola, per il socialismo, unica soluzione alternativa a un sistema che sta impoverendo e distruggendo il pianeta”.

Massimo Recchioni
Candidato alla Camera dei Deputati nei collegi uninominale e plurinominale di Viterbo

Mauro Botta
Candidato al Senato della Repubblica nel collegio uninominale di Viterbo

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