CALCATA – Un vecchio Bollettino della Regione Lazio del 1982, logorato e scolorito dal tempo, riporta una notizia dal sapore amministrativo: l’istituzione del Parco “Valle del Treja”. All’epoca a molti la Valle del Treja risultava un luogo del tutto sconosciuto e il concetto di Parco era ancora abbastanza nuovo. L’idea di proteggere l’ambiente si era fatta largo da poco, tra l’industrialismo novecentesco ancora forte e un desiderio di natura che sembrava un’utopica esigenza dei ragazzi più giovani.

 

In questo clima il Lazio istituì alcune aree protette e il Treja fu tra le primissime. La Valle del Treja allora più di ora, sembrava lontana da Roma e dai flussi di traffico, ancora protetta, come era stata per secoli, da un’aura quasi di oblio. Il fiume Treja, un piccolo affluente del Tevere, correva in direzione opposta al mare per uno scherzo della geologia del luogo. Mazzano e Calcata, con i loro piccoli centri storici, testimoniavano il fascino e quasi la magia di un’Italia a torto ritenuta minore.

 

A distanza di trentatré anni, senza alcuna enfasi, senza festeggiamenti autoreferenziali (e senza spendere soldi) il Parco vuole semplicemente ricordare questa data e, più che ripercorrere le numerosissime tappe di un lungo cammino, cercare di mettere in luce il senso del proprio lavoro, i fini del proprio operato, gli obiettivi del futuro prossimo.

 

Nessuna celebrazione quindi, anzi: tra le tante cose fatte non si vogliono nascondere lacune, limiti, ritardi. Il bilancio globale può comunque far pendere la bilancia verso una moderata soddisfazione, nella certezza che, con poche risorse e con mezzi non sempre sufficienti, alcuni risultati importanti sono stati colti. Primo fra tutti quello che forse si dà più per scontato, ovvero il mantenimento di alcune qualità territoriali, del paesaggio, della sostanziale integrità ecologica dell’ambiente, della salvaguardia della biodiversità. Il Parco ha difeso i boschi dagli incendi, ha studiato e curato le foreste, recuperato e restaurato siti e palazzi storici, ha aperto e fatto conoscere sentieri e luoghi, ha stampato guide e carte, ha censito e analizzato la fauna selvatica, ha accolto intere scolaresche con programmi di educazione ambientale, organizzato escursioni per migliaia di persone, è stato un argine rispetto alle richieste più inopportune di trasformazione territoriale.

 

“Se consideriamo un terzo di secolo come un giro di boa – osserva il presidente Luciano Sestili – consegniamo ai giovani, agli appassionati, agli amanti della natura, ma in generale a tutti i cittadini, il fascino delle nebbie sul Treja e delle acque che attraversano i boschi. Cose che sembrano ovvie, ma che spesso altrove non lo sono state. Una condizione ambientale che ha un grandissimo valore, che non si pesa in soldi, ma quasi sempre in stati d’animo.”

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