Lo staff del Capo di Gabinetto della Prefettura di Viterbo ha organizzato una sobria cerimonia per la consegna delle onorificenze nel “Giorno nella Memoria”, osservando tutte le norme anti contagio in vigore per la sicurezza personale, nella Sala Coronas dove il Prefetto Giovanni Bruno, in videoconferenza con le massime autorità civili e militari della provincia, nonché con i sindaci dei paesi di residenza delle persone a cui sono stati consegnati i riconoscimenti, ha voluto presente un ristretto numero di giornalisti e fotoreporter.

Dopo la prassi ufficiale di saluto agli ospiti in rete, il Prefetto ha iniziato la consegna delle onorificenze. La prima è stata quella per Basile Francesco, la sua medaglia è stata affidata dal Prefetto nelle mani del nipote. Basile catturato Rodi Grecia 08/09/1943 -12/02/1944. Disarmato a seguito dell’armistizio, rimase alcuni mesi a Rodi in campo non definito. Da testimonianze i circa 340.000 italiani internati subirono pressioni e ricatti per aderire alla RSI. Rifiutando, fu tra loro che furono destinati a trasporti su navi verso la prigionia. Con altri 4200 perì sul Piroscafo Oria che partito da Rodi l 11/02/1944 naufragò il giorno successivo 12/02/1944 per una tempesta schiantandosi contro la piccola Isola di Patroklou (GRECIA). Causa le inumane condizioni di carico stipati nella stiva pochissimi sopravvissero Francesco Basile scomparve in tale circostanza.

L’onorificenza per Cecchini Alessandro è stata consegnata al figlio Livio. Cecchini, Soldato della 7^ compagnia Sanità, partì da Firenze il 10 settembre del 1942 per il fronte Greco-Albanese. Prestò servizio nell’ospedale militare di Elbasan e il 9 settembre 1943 fu catturato dai tedeschi. Trasportato con treno merci in Bulgaria e imbarcato su barconi per il fiume Danubio fino in Germania, fu internato a Norimberga nello stalag XIII D, dove venne impiegato allo sgombero macerie. Durante un bombardamento americano che durò più di 2 ore, si salvò insieme ad altri militari italiani rifugiandosi in una pineta. “A causa di una sentinella tedesca, che lo accusò di essere una spia, in quanto mio padre stava contrattando con un prigioniero di un campo adiacente a quello italiano, la vendita del suo orologio in cambio di patate, fu inviato al lavoro coatto in una fabbrica di mattoni (che lui chiamava  Heltesdolf)”. Fu liberato dagli americani nel mese di aprile 1945 e il 13 luglio 1945 rientrò in Italia, dove purtroppo non poté riabbracciare sua madre in quanto deceduta a causa del bombardamento americano di Vejano, il 5 giugno 1944. Tremenda la vita del campo dove i militari Italiani subirono la violenza fisica e psicologica, fame ed alcuni la morte.

Anche per Tenente Medico Leonardo Cocucci la medaglia è stata ritirata da un figlio. Il dottore è nato a Baranello (CB) il 26 Ottobre 1913. Richiamato alle armi nell’Aprile del 1941 mentre svolgeva le funzioni di medico a Castiglione in Teverina e destinato al Reggimento Cacciatori d’Albania. Catturato il 16 Settembre 1943 a Monastir in Albania. Internato nei Campi di concentramento di Lemberg, Deblin, Stryj, tutti in Ucraina, dal Settembre 1943 all’Aprile 1944, e quindi nel Campo di Hemer in Germania dall’Aprile 1944 al Giugno 1945, quando fu liberato dalle truppe Americane. Rientrato in Italia il 1° Luglio 1945, dal Novembre del 1945 al 1979 ha esercitato la professione medica a Civita Castellana. “Quando eravamo ragazzi nostro padre ci raccontava spesso episodi del periodo di prigionia, della fame e del freddo. Delle due camice nuove cedute ad un sergente tedesco in cambio di due pagnotte di pane duro che si fece bastare per tantissimo tempo, sbriciolandone un pezzettino al giorno nella zuppa acquosa che riceveva per pasto. O delle fasce per tener caldi i piedi ricavate tagliando delle strisce in fondo alle coperte in dotazione, fidando sul fatto che i tedeschi, quando controllavano, si limitavano a contare le coperte senza mai verificare quanto fossero lunghe. Ma un episodio mi è rimasto particolarmente impresso nella memoria. Nei primi tempi della sua prigionia fu internato, unico ufficiale, in un campo per sottufficiali e militari di truppa. I tedeschi chiesero ai soldati se erano disposti ad aderire alla Repubblica Sociale e accettare di essere trasferiti in Italia o a lavorare in Germania presso strutture produttive industriali o agricole, con un trattamento molto migliore. Loro si consigliarono con l’unico ufficiale presente. Il parere di mio padre fu che, come militari, avevano giurato fedeltà al Re, che era il capo di stato legittimo dell’Italia, e quindi non potevano aderire alla Repubblica di Mussolini. I tedeschi, di fronte al rifiuto della stragrande maggioranza dei militari italiani identificarono il responsabile in mio padre e lo punirono rinchiudendolo per un certo tempo in cella, una baracchetta isolata dal resto del campo, senza riscaldamento e a razioni alimentari ancora più ridotte. E, ci raccontava nostro padre – hanno sottolineato i figli – i prigionieri russi che rientravano la sera dal lavoro coatto, passando davanti alla sua cella gli lasciavano dei semi di girasole per aiutarlo a sfamarsi. Nostro padre non era un eroe né un politico. Era un uomo religioso e sensibile, con un alto senso del dovere e del rispetto della parola data. E questo è l’insegnamento più profondo e convinto che ha trasmesso a noi figli”.

Per Pennesi Irenio hanno ritirato la preziosa medaglia le figlie. Pennesi è stato internato a SPANDAU BERLIN 12/09/1943 -01/10/1944, i figli rammentano che il genitore non parlava volentieri del periodo da internato che è durato dal 12 settembre 1943, giorno della cattura da parte delle truppe tedesche, al 12 ottobre 1945, giorno del rimpatrio. Rientrato in Italia è stato ricoverato presso l’ospedale della C.R.I. per una scheggia che aveva all’interno di una gamba e da lì trasferito all’Ospedale “Putti” di Bologna, dove è restato per un anno e quattro mesi. È tornato a casa il 23 febbraio 1947. Sul retro di una sua foto di quel periodo si legge: Stalag 3B 315451. Deduco che quella fosse la sua “casa” e lui quel “numero”. “Ma dietro tutto questo c’è l’uomo, un uomo dalla natura riservata e protettiva, che ci ha voluto risparmiare la narrazione delle sofferenze subite. Una sola cosa raccontava spontaneamente: la fame subita e di come riuscì una volta, di nascosto, a farsi una scorpacciata di bucce di patate… Tutto questo, in un giovane di vent’anni, deve essere stato davvero devastante ma, paradossalmente, ha contribuito a farne l’uomo amorevole e onesto che noi figlie abbiamo conosciuto”.

Una onorificenza è stata assegnata anche a Porciani Andrea nato a Vitorchiano (VT) il 23/08/1920 internato a BIRKENAU 08/09/1943 – 01/05/1945 preso in consegna dalla  nipote De Santis Anna